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Viaggio nelle città del neolitico: Catal Huyuk

Già nel paleolitico superiore, circa 20.000 anni fa, l’homo sapiens sapiens aveva lasciato nell’altopiano anatolico chiare tracce d’insediamento. Erano probabilmente i pelasgi, popolazione che in epoca remota avrebbe popolato la maggior parte del bacino dell’Egeo, della Grecia e dell’Italia meridionale. Il loro nome sopravvive ancora in alcuni toponimi (Zeus Pelasgo a Dodona).

Vivendo in strutture l’uomo preistorico, tra il 9000 ed il 7500 a.C., attraverso la così detta “rivoluzione neolitica” era diventato, da cacciatore e nomade, sedentario e contadino. Catturava gli animali non per mangiarli immediatamente, ma per custodirli e crearsi un rifornimento perenne di carne e di lana, addomesticando anche il cane.

Era giunto a questa soluzione per una ragione ben precisa: fino a quando il territorio era scarsamente abitato, gli faceva comodo essere nomade, cacciare e raccogliere quello che gli serviva, senza averlo seminato, essere cioè un “uomo raccoglitore”. Con lo sviluppo demografico questo non fu più possibile e la rivoluzione neolitica trasformò l’uomo da raccoglitore in produttore e questa evoluzione si verificò più facilmente nei paesi a clima mite, come l’Anatolia, molto più lentamente invece nell’Europa del nord, allora da poco uscita dall’ultima glaciazione.

Intorno al 7.400 aC le persone si sono stabilite per la prima volta a Çatalhöyük. I cittadini di Catal Huyuk vivevano in questi vasti monolocali, che servivano da cucina, soggiorno, camera da letto, tutto secondo uno schema ben preciso, con la cucina leggermente sopraelevata e con un focolare incassato nella parete, per cui il fumo fuoriusciva dall’unica apertura in alto, che fungeva quindi da porta d’ingresso e da sfiatatoio. Notoriamente le piogge sono scarse sull’altopiano anatolico, perciò non correvano rischi di allagamenti.

Sulle pareti erano costruite delle piattaforme che servivano per sedere, mangiare, lavorare e per dormire ed in ogni abitazione poi era presente un altare. Sull’intonaco bianco delle pareti non mancavano degli affreschi policromi che rappresentavano paesaggi locali. La donna dormiva sul letto più grande, assieme ai bambini più piccoli, l’uomo giaceva sul letto più piccolo e le rimanenti spalliere erano riservate ai figli adulti. E’ stato calcolato che ogni famiglia aveva una media di sei figli, ma, data la mortalità infantile molto elevata, la maggior parte degli uomini e delle donne morivano a meno di quarant’anni.

A Catal Huyuk si coltivavano per uso alimentare quattordici specie di vegetali, tra cui frumento, orzo, piselli, farro, si conosceva il vino e sicuramente anche la birra. In una pittura parietale è stato possibile riconoscere degli insetti ronzanti attorno ai fiori, perciò è quasi certo che conoscevano anche il miele. Durante gli scavi, negli strati più antichi, hanno trovato tracce di pecore, di capre e di uro (bovino estinto nel diciassettesimo secolo) e da una pittura parietale si comprende chiaramente che il cane era già un animale domestico e da caccia.

Nei residui carbonizzati si sono trovate tracce di tessuti con frange, talora rammendati e rattoppati ed è probabile che esistessero degli specialisti tessitori in grado anche di colorare le stoffe mediante piante tintorie come la robbia, il glastro e la reseda per ottenere il rosso, il blu ed il giallo. E’ interessante notare come è stata rinvenuta una gonna nella quale l’orlo inferiore era appesantito da piccoli cilindri di rame. Oltre alle stoffe per il vestiario fabbricavano stuoie e tappeti, in particolare un tipo chiamato kelim, non tessuto ma intrecciato, ancora oggi prodotto da piccoli artigiani locali.

Anche la lavorazione del legno era molto curata ed hanno trovato scodelle, ciotole e cucchiai, persino un portauovo di legno in ottime condizioni.La maggior parte delle armi erano lance, punte di frecce in ossidiana, che andavano a raccogliere ai margini della pianura di Konya, ai piedi dei vulcani a quei tempi ancora attivi. Il fatto più straordinario è che la famiglia seppelliva i propri morti, divisi per sesso, sotto il letto, i maschi sotto quello dell’uomo e viceversa ed è in base a questa abitudine che si è potuto comprendere dove dormiva l’uomo e dove la donna, esaminando il sesso dei defunti.

Questi, prima di essere sistemati sotto i vari letti, erano esposti in zone all’aperto affinché gli avvoltoi procedessero ad una completa escarnazione, con lo stesso sistema usato ancora oggi in India ed in Persia, dove i cadaveri sono depositati nelle cosiddette “Torri del silenzio”. Secondo un principio molto antico la parte essenziale dell’uomo sono le ossa, perché la carne si deteriora e quello che si seppelliva sotto il letto non era il cadavere, bensì l'”imperituro”, cioè le ossa.

Talvolta era riposto non lo scheletro intero, ma solo una singola parte, come il cranio che veniva elaborato mediante l’uso di un colorante e di conchiglie inserite nelle orbite. La tumulazione dei morti in casa presumeva un sentimento di amore verso di loro, in quanto essi continuavano a fare parte della famiglia anche dopo morti, godendosi il sopore eterno nel focolare domestico.

Alla fine dell’età della pietra si arrivò alla cremazione, considerata da alcuni troppo brutale, perché, bruciando anche le ossa, l’uomo pensava di bruciare anche l’anima. Tale concezione con il tempo si modificò e si giunse ad un punto di vista più spirituale, secondo il quale, bruciando il corpo, si purificava l’anima e l’incenerimento favorì la possibilità per i popoli nomadi di portare sempre con se i propri morti. Il trapasso dalla conservazione degli scheletri all’incenerimento mediante il fuoco si verificò in Anatolia proprio nel periodo di più intense immigrazioni.

L’archeologo Mellaart si era chiesto perché gli uomini dell’età della pietra avessero dipinto panorami o scene di caccia sulle pareti delle loro abitazioni ed avessero modellato piccole statue di argilla. Concluse che la loro non era una manifestazione artistica, bensì un sentimento religioso e per religione non si intende qualcosa di fideistico e dogmatico, ma qualcosa di primitivo che ha più attinenza con la psicologia che con la teologia.

Dell’argomento si è particolarmente interessato lo storico delle religioni Rudolf Otto secondo il quale alla base di ogni religione primitiva stanno alcune precise esperienze dell’uomo. Molto sinteticamente la prima esperienza è l’angoscia e lo spavento, che fa tremare l’uomo di fronte a manifestazioni naturali come un uragano con lampi, tuoni e fulmini, che l’uomo primitivo identifica come un essere possente che percorre il cielo su di un carro tra le nuvole, facendone scaturire i lampi ed i fulmini. La seconda esperienza è lo sbalordimento, lo stupore per qualcosa di portentoso, di animistico, concezione secondo cui ogni fenomeno dell’universo è dotata di un’anima che vive un sua vita divina degna di culto.

Ma queste quattro esperienze non sono ancora sufficienti per formare una religione: accettata l’esistenza di un essere superiore, responsabile di tutto, è fondamentale pregarlo per ottenere da lui una prole numerosa, una pioggia o un raccolto abbondante e da questo momento inizia la religione, quando l’uomo cerca di attirare sopra di se la benevolenza dell’essere superiore mediante preghiere e sacrifici e qui gioca un ruolo importante la sua fede, cioè la sua capacità, mediante preghiere, offerte, sacrifici, anche scongiuri, di piegare al proprio volere la divinità.

L’uomo talvolta ha la presunzione di una sua capacità, mediante il ricorso ad arti occulte, di dominare le forze della natura e questa è sempre la <mageia> dei magi persiani, che oggi fa sorridere, ma che sopravvive un po’ ovunque, anche in persone particolarmente religiose, specie nella chiesa greco-ortodossa. Il famoso quadro di Catal Huyuk rappresenta oggi il più antico paesaggio mai esistito e proviene dal settimo strato, quindi risale al 6200 a. C. In primo piano si nota una città con case di varia grandezza, nelle quali sono chiaramente accennate le strutture che fanno pensare a Catal Huyuk e dietro la città si innalza un monte a due cime con l’immagine di un’eruzione vulcanica, con colata di lava e nuvole di fumo e cenere.

Il riferimento locale è perfetto, perché all’estremità orientale della piana di Konya si scorge l’unico vulcano a due cime dell’Anatolia centrale, l’Hasan dag e si sa che questo vulcano ha cessato la sua attività solo nel secondo millennio d.C. La sua immagine dipinta sul muro o è qualcosa di scaramantico, una preghiera che il vulcano non scateni la sua ira e distrugga con una eruzione Catal Huyuk, oppure un ringraziamento al vulcano, un ex-voto, per tutta l’ossidiana che ha fornito agli abitanti di Catal Huyuk, permettendo loro di  arricchirsi con il commercio di questo materiale. Non sono superstizioso, ma molti anni fa a Luxor, dopo i tre giri rituali attorno ad un grande scarabeo di pietra, ne ho acquistato uno minuscolo di pietra verde che tengo sempre nel portafoglio, fatto che mi ha permesso di superare gli ottanta anni in buona salute.

Catal Huyuk
Çatal Hüyük, villaggio, ricostruzione storica

Lo stretto legame tra religione, magia ed arte non è riconoscibile solo nei dipinti, ma anche nelle figure di terracotta, come parti del corpo collegate alla fecondità, cioè seni, fianchi e genitali, feticci creati per donare magicamente la fertilità. Una donna, contemplando queste figure, credeva di potere acquistare fecondità e dietro tutto ciò si nasconde il concetto della partecipazione magica, che ancora oggi, in certi piccoli paesi, invita donne incinte a non guardare determinati oggetti, perché il cattivo influsso potrebbe nuocere al nascituro.

Dal numero delle statuette, molto più numerose quelle femminili di quelle maschili, hanno dedotto che, dopo la rivoluzione neolitica, si è verificato il passaggio dal patriarcato al matriarcato. Nel momento in cui è l’uomo ad addomesticare gli animali ed a seminare il grano, è la donna a guadagnare influenza e questo avviene anche nella mitologia greca, dove non è un dio, ma Gea, sorta dal Caos, a partorire, senza intervento del maschio, il cielo, i monti ed il mare.
Dopo una storia millenaria Catal Huyuk, verso il 5600 a.C. fu abbandonata e risorse sulla collina al di là del fiume, ma dopo settecento anni, fece la stessa fine anche Catal Huyuk Ovest.

Riferimenti e approfondimenti

  • Mario Liverani, Antico Oriente: storia, società, economia, Roma-Bari, Laterza, 2009, ISBN 978-88-420-9041-0.
  • Burkert W.  Da Omero ai Magi – Saggi Marsilio 1999
  • Daniélou  Siva e Dioniso – Ubaldini Editore  Roma 1980
  • Enc.Grolier  vol. 2 Asia Minore – Vol.10 Ittiti
  • Fodor’S  Turchia – Valmartina Editore 1986
  • Lehmann J.  Gli Ittiti – Garzanti 1982
  • McCall H.  Miti Mesopotamici – Oscar Mondadori 1995
    OttoW.F. e coll.  I culti misterici
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