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Venere è il gemello malvagio della Terra e le agenzie spaziali non possono più resistere alla sua attrazione

Quasi tutte le agenzie spaziali di tutto il mondo stanno attualmente abbozzando una proposta per esplorare il nostro vicino a lungo trascurato. L’Indian Space Research Organization (ISRO) sarà la prima missione futura quando lancerà un orbiter su Venere nel 2023. L’Agenzia spaziale europea (ESA) sta attualmente valutando la proposta di inviare un orbiter nel 2032 e l’agenzia spaziale russa Roscosmos sta lavorando in collaborazione con gli Stati Uniti per inviare una missione sul pianeta dal 2026 al 2033, che dobrebbe mettere in orbita un satellite.

missioni su venere
Illustrazione di Jasiek Krzysztofiak / Natura ; Immagine di origine: NASA / JPL-Caltech

Venere è stato lungo trascurato  a favore delle missioni marziane, asteroidi e altri pianeti. Negli ultimi 65 anni,  la NASA ha inviato 11 orbiter e 8 lander su Marte e solo 2 su Venere. Ma non per mancanza di interesse scientifico poichè gli scienziati sostengono che che nelle future missioni si potrà capire cosa rende un pianeta abitabile.

Una volta gemello della Terra, oggi Venere è una dimora infernale dove le temperature superficiali raggiungono più di 400 ° C, la grande pressione atmosferica è sufficiente a schiacciare qualsiasi sonda in superficie e nuvole di acido solforico soffiano impetuose nel cielo. Se i ricercatori riuscissero a capire perché le condizioni su Venere divennero così infernali, potrebbero valutare le possibilità di vita nei pianeti extrasolari rocciosi che gli astronomi stanno scoprendo in tutta la Galassia.

“Potrebbe essere l’inizio di un nuovo decennio per il pianeta Venere”, sostiene Thomas Widemann, scienziato planetario all’Osservatorio di Parigi.

Quando l’umanità iniziò ad esplorare lo spazio, cominciò la sua avventura con Venere. Venere fu l’obiettivo della prima sonda interplanetaria di successo (Stati Uniti, 1962); il primo su cui si è schiantata una missione (Unione Sovietica, 1965); e il primo mondo alieno ad ospitare uno sbarco di successo (Unione Sovietica, 1970). Fu durante questa corsa spaziale che gli scienziati scoprirono un mondo torrido e tossico. Questo potrebbe spiegare perché l’interesse per Venere si è ridotto. Si capì subito che questo pianeta non sarebbe stato una casa per la futura esplorazione umana, né uno sbocco per cercare la vita.

Venere nelle foto di Akatsuki

La sonda giapponese Akatsuki, in orbita intorno a Venere dal dicembre 2015, non fa parlare di sé come alcuni orbiter marziani, ma in silenzio sta assicurando un egregio lavoro di osservazione. Le cinque telecamere di cui è equipaggiata permettono di esplorare il pianeta nella luce visibile, nell’infrarosso e negli ultravioletti, e ci hanno restituito, queste spettacolari foto.

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Una visione globale di Venere negli ultravioletti. Si noti il contrasto tra le caotiche regioni tropicali ed equatoriali, caratterizzate da importanti perturbazioni atmosferiche, e le più calme e limpide regioni polari.|JAXA / ISAS / DARTS / DAMIA BOUIC

Le immagini sono state riprocessate da Damia Bouic, fotografa e blogger di The Planetary Society, e mostrano il complesso e dinamico sistema meteorologico nell’atmosfera venusiana.

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Venere ha un sistema meteorologico complesso quanto quello terrestre. | JAXA / ISAS / DARTS / DAMIA BOUIC

Sono in falsi colori – le tonalità sono cioè state accentuate o variate in alcuni casi, per far emergere particolari caratteristiche – ma allo stesso tempo piuttosto fedeli alle originali (che potete vedere allo stato “grezzo”, qui).

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Una banda di cirri sopra al polo sud di Venere, forse alimentata da una corrente a getto. | JAXA / ISAS / DARTS / DAMIA BOUIC

Alcune immagini mostrano il bagliore notturno del pianeta nella lunghezza d’onda degli infrarossi, altre gli intrecci e i vortici tessuti dalle nubi nella tossica atmosfera del pianeta. Come si nota, le regioni polari sembrano meno turbolente di quelle tropicali.

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Questa immagine sembra mostrare con grande dettaglio quello che è forse un fronte tempestoso (la zona scura e “seghettata”). | JAXA / ISAS / DARTS / DAMIA BOUIC

La sonda Akatsuki è stata protagonista di un’odissea spaziale, prima che potesse arrivare alla meta. Lanciata il 20 marzo 2010, a dicembre dello stesso anno non riuscì ad agganciare l’orbita di Venere (i suoi motori frenanti non rimasero accesi abbastanza a lungo). Ci riprovò però con successo cinque anni dopo, dopo un lungo viaggio che la condusse fino a 80 milioni di km dal Sole.

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Queste immagini agli infrarossi vanno intese come “negativi”. Il calore emana dagli strati più profondi dell’atmosfera ed è bloccato da uno spesso strato di nubi. Le aree più “chiare” sono anche le meno spesse e le più calde. | JAXA / ISAS / DARTS / DAMIA BOUIC

E per fortuna: se si escludono la missione dell’ESA Venus Express, del 2006, e la sonda Magellano della Nasa (ma era il 1990), negli ultimi anni il vicino pianeta è stato un po’ trascurato, dalle missioni di esplorazione spaziale. L’Akatsuki sta recuperando terreno studiando – tra gli altri fenomeni – le onde di gravità del pianeta, il suo vulcanesimo, i venti, i lampi e le formazioni nuvolose.

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E per fortuna: se si escludono la missione dell’ESA Venus Express, del 2006, e la sonda Magellano della Nasa (ma era il 1990), negli ultimi anni il vicino pianeta è stato un po’ trascurato, dalle missioni di esplorazione spaziale. L’Akatsuki sta recuperando terreno studiando – tra gli altri fenomeni – le onde di gravità del pianeta, il suo vulcanesimo, i venti, i lampi e le formazioni nuvolose.

Le zebre di Venere

Fino a non molto tempo capitava di sentire parlare di Venere come del gemello sfortunato della Terra. In realtà quanto più lo si studia, tanto più ci si rende conto della profonda diversità tra i due pianeti, la cui similitudine si riduce alla misura del diametro. Di Venere, tuttavia, si conosce ancora poco nonostante le missioni inviate attorno al pianeta.

La sua densa atmosfera di anidride carbonica e la copertura di nuvole di acido solforico, insieme, portano la temperatura superficiale anche a 460 gradi centigradi: è un “confine” fisico al momento molto impegnativo per le nostre tecnologie, che ci costringe a guardare e studiare il pianeta dall’esterno, dallo Spazio.

Un gruppo di planetologi guidati da Hiroki Kashimura (università di Kobe, Giappone) ha messo in luce una struttura definita “a zebra”, osservata nella parte bassa delle nuvole venusiane (lo studio è pubblicato su Nature Communications). La struttura è stata scoperta analizzando i dati della sonda giapponese Akatsuki, che, dopo un avventuroso viaggio, è in orbita e attività dal 2015.

Un primo filone di ricerca aveva permesso, grazie alla fotocamera a infrarossi della sonda, di studiare i dettagli morfologici dello strato di nubi fino a 50 km dalla superficie. I dati sono poi stati confrontati con precedenti simulazioni effettuate nell’ambito del progetto Afes-Venus che, grazie alla potenza di calcolo dell’Earth Simulator per elaborare modelli atmosferici di Venere sulla base della meteorologia della Terra.

La meteorologia di Venere ha ben poco in comune con quella terrestre, è evidente, ma i modelli matematici sono sempre una buona base teorica di partenza per studiarla.

atmosfera di venere
Il fenomeno della super rotazione delle nuvole nella parte superiore dell’atmosfera di Venere si verifica sia nel lato diurno, sia in quello in ombra: nella zona esposta al Sole la super rotazione è più uniforme, mentre nella zona in ombra è più irregolare e imprevedibile. | JAXA / ESA

Poiché Venere impiega 243 giorni per ruotare attorno al proprio asse (in senso orario, a differenza della Terra) mentre la sua atmosfera ruota attorno al pianeta in soli 4 giorni, si vengono a creare gigantesche strutture già previste dai modelli – e che la sonda Akatsuki ha rilevato.

Sono strutture a strisce a scala planetaria proprio nei livelli inferiori delle nuvole di Venere. Ogni striscia che si osserva dalle immagini agli infrarossi è larga centinaia di chilometri e si estende per quasi 10.000 chilometri in lunghezza. Ora i ricercatori stanno cercando di interpretarle correttamente, considerando che potrebbero essere immensi cicloni o anche venti ad altissima velocità.

Onde attraversano l’atmosfera di Venere

Nelle immagini della sonda Akatsuki si osserva un lunghissimo arco che si estende per circa 10.000 km, dal polo nord al polo sud del pianeta. Un arco prodotto nell’atmosfera più alta che è rimasto stazionario dall’8 all’11 dicembre 2015 per poi spostarsi lentamente e dissolversi.

L’intero fenomeno, spiegato sulle pagine di Nature Geoscience, è considerato alquanto sorprendente dagli astronomi, soprattutto per la quota a cui si è manifestato l’arco e perché è rimasto stabile per diversi giorni.

È noto infatti che le parti più elevate dell’atmosfera di Venere si muovono molto velocemente: le nubi viaggiano a oltre 350 km all’ora.

E questo nonostante il pianeta ruoti molto lentamente, tant’è che la durata del giorno equivale a 243 giorni terrestri ed è superiore al tempo che il pianeta impiega per una rivoluzione completa attorno al Sole (un anno di Venere), che avviene in 224 giorni terrestri.

atmosfera di Venere
A sinistra: Venere ripresa all’infrarosso dalla sonda giapponese Akatsuki. Si vede molto bene l’arco che forma una specie di onda che parte in prossimità del polo nord del pianeta per spingersi fino al polo opposto. A destra: Venere nell’ultravioletto. | JAXA

Il lungo arco è rimasto stazionario per almeno 4 giorni a una quota di circa 65 km al di sopra di una regione ricca di vulcani.

Stando agli astronomi si tratterebbe di un’onda di gravità, (da non confondere con le onde gravitazionali): un fenomeno relativamente frequente nelle atmosfere di vari pianeti, Terra inclusa, soprattutto in corrispondenza di catene montuose.

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L’onda di gravità potrebbe formarsi dall’interazione dell’atmosfera di Venere con una catena montuosa. Anche la Venus Express, dell’Agenzia spaziale europea, ne osservò alcune, ma mai di dimensioni simili a quella rilevata dalla Akatsuki. | ESA

Microbi amanti delle nubi acide?

La possibilità che anche Venere possa ospitare forme di vita è stata spesso accantonata a causa delle condizioni infernali della sua superficie (la cui temperatura può raggiungere i 475 °C: abbastanza da fondere un metallo).

Ma la scoperta, sulla Terra, di una vasta gamma di organismi acidofili, cioè in grado di sopravvivere in condizioni di acidità molto elevate, fa pensare che alcune primitive forme di vita possano tuttora esistere o essere esistite nelle nubi di Venere: in questi ammassi di acido solforico a una cinquantina di km dalla superficie, le condizioni di temperatura e di pressione sono infatti un po’ meno estreme.

La possibilità di riaprire uno spiraglio su eventuali organismi venusiani è stata sollevata da un lavoro sull’abbondanza di microbi acidofili di David Holmes, della Science and Life Foundation di Santiago, Cile, presentato durante il meeting annuale della European Geosciences Union.

Lo scienziato ha ricordato che specie acidofile ricorrono in tutte e tre le maggiori forme di vita sulla Terra: gli eucarioti (gli organismi provvisti di un nucleo cellulare ben definito, come animali, piante, funghi), i batteri (ne esistono di acidofili anche nell’intestino umano) e gli archaea, organismi primitivi privi di nucleo cellulare. Troviamo acidofili persino tra i cianobatteri, organismi fotosintetici particolarmente primitivi.

Molte di queste specie sono ghiotte di acido solforico, dunque avrebbero cibo in abbondanza nelle nubi di Venere. Certo tra le temperature estreme e le condizioni di pressione (pari a 92 volte quella sulla superficie terrestre), gli argomenti contro la presenza di vita su Venere rimangono molti. Tuttavia, il pianeta potrebbe non essere sempre stato così inospitale.

Secondo alcune passate simulazioni del NASA Goddard Institute for Space Studies, potrebbe avere ospitato acqua liquida per almeno 2 miliardi di anni della sua esistenza: forse, in quelle condizioni, le nubi erano più fresche e umide, capaci di accogliere forme di vita che potrebbero poi essersi evolute per sopravvivere.

Oggi Venere è un luogo assolutamente inospitale, non fosse altro per le temperature che sulla superficie superano i 470 °C e la pressione esercitata dall’atmosfera che è 90 volte superiore di quella della Terra. Nessun uomo potrebbe resistere sul pianeta e probabilmente è impossibile la sopravvivenza anche ai batteri più estremi che si possano immaginare.

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La superficie di Venere viene “ricostruita” da una tettonica molto particolare una volta ogni 500 milioni di anni circa. | NASA

La situazione doveva essere molto diversa centinaia di milioni di anni fa, e secondo un gruppo di ricercatori le condizioni erano tali da poter anche ospitare la vita. La tesi non è nuova, ma è originale il modo in cui ci sono arrivati gli scienziati. «Abbiamo creato una serie di simulazioni climatiche – spiega Michael Way che ha pubblicato la ricerca su Earth and Planetary astrophysics – partendo da quanto conosciamo oggi della superficie del pianeta e della sua atmosfera, a cui abbiamo aggiunto l’irraggiamento solare che doveva esserci tra 2,9 miliardi e 0,715 miliardi di anni fa, l’orbita che il pianeta possedeva rispetto al Sole e la composizione dell’atmosfera che doveva avere a quel tempo».

Risultato: la temperatura doveva essere molto inferiore a oggi, nonostante che il Sole irradiasse dal 46 al 70 per cento in più rispetto alla Terra. Questo potrebbe aver portato Venere a possedere condizioni tali da ospitare oceani e quindi una vita che si potrebbe essere sviluppata fino a 715 milioni di anni fa, quando le condizioni climatiche andarono via via ad avvicinarsi a quelle dei nostri giorni.

Sarà comunque molto difficile riuscire a trovare indizi della vita (e conferme alle tesi dei ricercatori) perché la superficie di Venere viene quasi completamente rinnovata una volta ogni 500 milioni di anni. Tutta colpa di una “tettonica” molto diversa da quella terrestre: la crosta venusiana viene inghiottita nel mantello a cicli della durata di circa mezzo miliardo di anni.

Aveva oceani d’acqua in passato?

Venere ha dimensioni simili alla Terra è il pianeta più infernale del Sistema Solare: in superficie la temperatura è fissa sui 470 gradi e la pressione è di 92 atmosfere (come a un chilometro di profondità sott’acqua). Le poche sonde che hanno toccato la sua superficie sono sopravvissute poche ore.

Molto, molto tempo fa però le cose forse erano diverse. Il lavoro di un gruppo di ricercatori della Université Paris-Saclay suggerisce che sul pianeta, dopo poche centinaia di milioni di anni dalla sua nascita, forse c’era persino un oceano di acqua liquida.

Lo studio, pubblicato su Journal of Geophysical Research: Planet, sembra dimostrare che un tempo Venere avrebbe potuto avere una densa copertura di nubi e, sulla superficie, un sottile oceano. Stando al modello elaborato dal team, la copertura nuvolosa poteva mantenere la superficie di Venere sufficientemente fredda da consentire l’esistenza dell’oceano.

I ricercatori hanno elaborato un modello che prende in considerazione ipotesi condivise dalla comunità scientifica, sia sul pianeta sia sulla formazione del Sistema Solare. Uno di questi è la velocità di rotazione di Venere, molto lenta fin dalla sua nascita: sul secondo pianeta del Sistema Solare un giorno dura grosso modo 243 giorni terrestri, più di un anno – che lì dura 225 giorni terrestri.

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La superficie di Venere è nascosta all’osservazione diretta da una densa atmosfera composta per lo più da anidride carbonica, ma è stata esplorata dagli strumenti a onde radio delle sonde. | NASA

Altri elementi considerati sono i livelli di anidride carbonicala quantità di energia solare che riceve, la quantità d’acqua che il pianeta avrebbe potuto mantenere in forma liquida tenendo conto dell’attuale ipotesi della nascita dei pianeti del Sistema Solare da una nebulosa.

La maggior parte dei ricercatori concorda oggi con l’idea che i pianeti rocciosi, come Venere e la Terra, ebbero un periodo estremamente caldo nella prima fase della loro vita – a causa dell’energia coinvolta nella loro formazione – ma che poi si raffreddarono velocemente.

Tenuto conto delle variabili, il modello dei ricercatori francesi avrebbe dimostrato che, con una quantità di anidride carbonica paragonabile a quella attuale, sarebbe stata sufficiente una copertura nuvolosa intensa per fare sì che il pianeta, anche con solo il 30% dell’acqua presente oggi sulla Terra, potesse avere un proprio oceano relativamente poco profondo.

«Il modello dovrebbe essere confermato da rilevamenti sulla superficie di Venere», suggeriscono i ricercatori nella loro pubblicazione, «attuabili con sonde in grado di resistere a temperature e pressioni che non hanno paragoni sulla Terra e attrezzate per perforare e analizzare le rocce.»

atmosfera venere
Illustrazione: un’idea di come potrebbe essere il panorama venusiano.

Con un oceano d’acqua, è possibile che ci fosse vita? Non è da escludere, anche se le condizioni che hanno permesso all’acqua di rimanere liquida non durarono a lungo: se iniziò a fiorire la vita fu, fu presto distrutta da quell’inferno che è diventato Venere oggi.

Lo studio, e l’ipotesi dell’acqua, allungano l’elenco delle caratteristiche molto particolari di Venere. Una di queste è il numero di vulcani: sono circa 1.600, alcuni dei quali probabilmente ancora attivi. Un altro elemento curioso è la lunghezza del giorno, lo abbiamo visto, e la presenza costante nella nostra storia: la vicinanza alla Terra rende Venere il più luminoso tra i pianeti della volta celeste (è l’oggetto più luminoso dopo la Luna). Negli ultimi anni le sonde hanno messo in luce un’atmosfera estremamente complessa (e non del tutto compresa): si è scoperto che i venti possono spazzare la superficie a 700 km all’ora, più potenti e veloci di qualunque tornado mai registrato sulla Terra.

Era abitabile in un lontano passato?

L’applicazione alle condizioni primordiali di Venere di sofisticati modelli usati per prevedere i cambiamenti climatici sulla Terra ha dimostrato che il pianeta, circa 2,9 miliardi di anni fa, avrebbe potuto avere una temperatura mite, simile a quella terrestre, intorno a 11 gradi Celsius. Inoltre, per molto tempo le condizioni sarebbero state adatte alla presenza di un oceano di acqua liquida e quindi anche alla vita.

Ci sono indizi importanti che miliardi di anni fa Venere possa essere stato più simile a un gemello della Terra. Oltre alle dimensioni comparabili, i due pianeti si sono anche formati uno vicino all’altro, il che suggerisce che siano fatti degli stessi materiali.

La grande differenza è nella distanza dal Sole. Poiché Venere è circa 41.000 mila chilometri più vicino, riceve il doppio della luce solare della Terra. Ma un paio di miliardi di anni fa un Sole un po’ più debole avrebbe permesso a Venere di essere relativamente freddo e di ospitare acqua liquida in vasti oceani in grado di accogliere la vita.

Un nuovo studio in via di pubblicazione sulle “Geophysical Research Letters” suggerisce non solo che Venere in un lontano passato fosse abitabile, ma che avrebbe potuto restarlo per miliardi di anni.

Michael Way, del Goddard Institute for Space Studies della NASA, e colleghi, ha applicato il primo modello climatico tridimensionale – le stesse simulazioni al computer utilizzate per prevedere i cambiamenti climatici causati dall’uomo sulla Terra – alle condizioni primordiali di Venere.

Poiché le precedenti ricerche si erano limitate a modelli climatici unidimensionali su Venere (che considerano la radiazione in entrata e in uscita, ma non tengono conto di elementi complessi nell’atmosfera, come le nuvole), i risultati sono un enorme passo avanti rispetto agli studi precedenti, dicono gli scienziati. “C’è una differenza enorme tra un calcolo grossolano e il calcolo di un modello più sofisticato”, dice Jason Barnes, astronomo dell’Università dell’Idaho, che non era coinvolto nello studio.

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Venere era abitabile in un lontano passato?
Mappatura radar della superficie di Venere ottenuta dalla sonda Magellano tra il 1990 e il 1994 (CCO Public Domain)

In primo luogo, il gruppo ha simulato come potesse essere il clima di Venere 2,9 miliardi di anni fa. Quest’epoca così remota ha richiesto ai ricercatori di fare alcune ipotesi plausibili sulle fasi primordiali del pianeta: per esempio, postulare che avesse un oceano profondo solo il 10 per cento del volume della Terra attuale. E i risultati sono stati chiari: 2,9 miliardi anni fa, la seconda “roccia” a partire dal Sole avrebbe potuto avere una temperatura mite, simile a quella terrestre, intorno a 11 gradi Celsius.

Il gruppo ha poi fatto girare il modello per le condizioni presenti su Venere circa 715 milioni anni fa, e ha scoperto che anche sotto il calore aumentato del Sole il pianeta si sarebbe riscaldato di soli 4 gradi Celsius rispetto all’epoca precedente. Un aumento così lieve della temperatura avrebbe permesso all’oceano liquido del pianeta di permanere per miliardi di anni.

Che cosa ha permesso a Venere di rimanere umido per così tanto tempo? Secondo i modelli, le nuvole hanno giocato un ruolo cruciale. Probabilmente sono rimaste ammassate sul lato diurno del pianeta, agendo come uno scudo luminoso in grado di riflettere la luce solare in arrivo, e non si sono mai formate sul lato notturno, lasciando che il calore irradiasse nello spazio.

“Per me la lezione da imparare è che Venere avrebbe potuto essere abitabile per un periodo di tempo significativo, e il tempo è uno degli ingredienti chiave dell’origine della vita su un pianeta”, afferma Lori Glaze, astronomo della Goddard Space Flight Center della NASA, che non era coinvolto nello studio.

Questo dato aggiunge un nuovo elemento alla questione dell’abitabilità: il tempo. “L’abitabilità non è un concetto statico”, sottolinea David Grinspoon, astronomo del Science Planetary Institute e co-autore dell’articolo. “Non si tratta solo di un punto nello spazio, ma di un punto nello spazio e nel tempo: la questione è per quanto tempo un pianeta può potenzialmente mantenere gli oceani, e se questo tempo è abbastanza lungo per essere considerato un buon candidato per l’origine e l’evoluzione della vita”.

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l Monte Maat in una prospettiva tridimensionale della superficie di Venere (Credit: NASA/JPL)

Queste condizioni di freddo, tuttavia, dipendono dal fatto che Venere nella sua giovinezza era simile a com’è attualmente: anche se i ricercatori hanno aggiunto un oceano, il pianeta ha mantenuto intatta la sua topografia e continua a muoversi lentamente, impiegando 243 giorni terrestri per completare una singola rotazione. Poiché le risposte sono piuttosto incerte, il gruppo di ricerca ha modellizzato anche come doveva essere il clima di Venere 2,9 miliardi di anni fa, nel caso avesse avuto una topografia simile alla Terra o ruotasse su se stesso a un ritmo leggermente più veloce.

Le differenze sono enormi. Con catene montuose e bacini oceanici simili a quelli terrestri, la temperatura sarebbe stata di 12 gradi più elevata che con la topografia di Venere. E se la velocità di rotazione fosse stata di 16 giorni terrestri, la temperatura sarebbe schizzata a un valore di 45 gradi superiore al livello corrispondente alla sua velocità di rotazione attuale. Gli schemi delle nubi che hanno mantenuto il clima fresco avrebbero potuto formarsi solo se il pianeta avesse ruotato lentamente.

Questo risultato ha vaste implicazioni la ricerca degli esopianeti. “La comunità scientifica dovrebbe evitare di ignorare i pianeti che sono molto vicini alle loro stelle, come quelli simili a Venere”, dice Way. Se alcune caratteristiche cruciali come la topografia di un pianeta extrasolare e la sua velocità di rotazione sono solo quelli corretti, allora il limite interno della zona abitabile, la regione in un sistema planetario in cui possono determinarsi condizioni favorevoli alla vita, sarà vicino alla stella più di quanto si pensi comunemente.

La scoperta è particolarmente importante, dato che questi mondi vicini alla propria stella sono molto più facili da osservare e caratterizzare rispetto ad altri tipi di pianeti. Il tanto atteso James Webb Space Telescope, spesso indicato come successore di Hubble, probabilmente studierà solo i mondi che abbracciano la loro stella, trascurando le osservazioni di pianeti con orbite più ampie come Marte o anche la Terra. O come dice Ravi Kopparapu, astronomo della Pennsylvania State University: “L’oggetto più simile alla Terra che saremo in grado di osservare con il James Webb Space Telescope è un pianeta Venere intorno a stelle fredde”.

Ma Glaze non ha potuto contenere il suo entusiasmo per l’ultimo studio, che getta luce su un pianeta vicino. “Venere è il pianeta della porta accanto, la sorella della porta accanto, ed è così sorprendente quanto poco sappiamo”, dice. “Conosciamo Marte molto meglio di quanto conosciamo Venere. Questi due, insieme alla Terra, sono i tre pianeti terrestri di casa nostra. Se non capiamo ciò che li rende simili e ciò che li rende diversi, avremo molte difficoltà a interpretare i nuovi pianeti che stiamo scoprendo fuori dal sistema solare”.

“Fortunatamente, ci sono due missioni per Venere attualmente in concorrenza per il volo: la prima è una missione geofisica che dovrebbe mappare il pianeta con una più alta risoluzione rispetto a prima. L’altra è una guidata da Glaze stesso che dovrebbe misurare la composizione dell’atmosfera venusiana. Entrambi potrebbero far luce su com’era Venere in passato. “Ci sono ancora dati più importanti che abbiamo bisogno di raccogliere al fine di mettere vincoli più stretti a questi modelli, e abbiamo la capacità di raccoglierli ora. Abbiamo solo bisogno delle missioni”, conclude.

Struttura interna

Anche se vi sono poche informazioni dirette sulla sua struttura interna e sulla geochimica venusiana a causa della mancanza di dati sismici e della mancata conoscenza del suo momento di inerzia, le somiglianze in termini di dimensioni e di densità tra Venere e la Terra suggeriscono che i due pianeti possano avere una struttura interna simile: un nucleo, un mantello e una crosta. Si ritiene che il nucleo venusiano, come quello della Terra, sia almeno parzialmente liquido dal momento che i due pianeti hanno avuto un processo di raffreddamento simile. Le dimensioni leggermente inferiori di Venere suggeriscono che le pressioni al suo interno siano significativamente più basse di quelle terrestri.

Venere Interno
Struttura interna di Venere

La differenza principale tra i due pianeti è l’assenza di tettonica delle placche su Venere, dovuta probabilmente alla diversa composizione della litosfera e del mantello venusiani rispetto a quelli terrestri: l’assenza di acqua porta a una viscosità maggiore e quindi a un maggiore grado di accoppiamento litosfera/mantello. L’omogeneità della crosta di Venere determina una minore dispersione di calore dal pianeta, che presenta un flusso di calore con valori di circa la metà inferiori a quelli terrestri. Questi due motivi impediscono la presenza di un campo magnetico rilevante che sulla Terra è generato dai moti convettivi interni del pianeta.

Si ritiene che Venere sia soggetto a periodici episodi di movimenti tettonici per cui la crosta sarebbe subdotta rapidamente nel corso di pochi milioni di anni, con intervalli di alcune centinaia di milioni di anni di relativa stabilità. Questo contrasta fortemente con la condizione più o meno stabile di subduzione e di deriva continentale che si verifica sulla Terra. Tuttavia la differenza è spiegabile con l’assenza su Venere di oceani che agirebbero come lubrificanti nella subduzione. Le rocce superficiali di Venere avrebbero meno di mezzo miliardo di anni poiché l’analisi dei crateri di impatto suggerisce che le dinamiche di superficie avrebbero modificato la superficie stessa, eliminando gli antichi crateri, negli ultimi miliardi di anni.

European Space Agency, ESA – Incontri ravvicinati con Venere

Riferimenti e approfondimenti

  1. Stephen Wesley Bougher, Donald M. Hunten e Roger J. Phillips, Venus II–geology, Geophysics, Atmosphere, and Solar Wind Environment, vol. 1, The University of Arizona Press, 1997.
  2. G. E. McGill, E. R. Stofan e S. E. Smrekar, Venus tectonics, in T. R. Watters e R. A. Schultz (a cura di), Planetary Tectonics, Cambridge University Press, 2010
  3. C. Young, The Magellan Venus Explorer’s Guide, JPL Publication 90-24, California, Jet Propulsion Laboratory, agosto 1990.
  4. David R. Williams (a cura di), Venus Fact Sheet, in NASA Space Science Data Coordinated Archive, NASA Goddard Space Flight Center, 23 dicembre 2016.
  5. Basilevsky A. T. e Head J. W., The surface of Venus, in Reports on Progress in Physics, vol. 66, nº 10, 2003, pp. 1699–1734,

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Grazie di cuore per il lavoro che fate. Articoli densi e esaustivi. Una piccolezza da segnalare. Nel capoverso “era abitabile in un lontano passato?” salta all’occhio la distanza del pianeta dal sole. 41.000 mila chilometri. Cioè più chiaramente 41 milioni 😉

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