Per il genere “homo” la cultura produce mutamento biologico

Silvana Condemi è una delle più importanti paleontropologhe europee, ed è direttrice di ricerca al CNR presso l’università di Aix-Marxeille, in Francia. Assieme a François Savater ha scritto il saggio Noi siamo sapiens ci spiega perché l’homo sapiens è una creatura così speciale.

L’Homo sapiens è il frutto di una «corsa evolutiva». Quali sono le tracce di questa corsa nel nostro corpo?

«La più importante è senza dubbio, il bipedismo che ha provocato le modifiche anatomiche di quasi tutte le ossa del corpo, per esempio il piede, la posizione del femore; il bacino che si allarga per fare da ricettacolo per le viscere, la colonna vertebrale con le sue concavità e la sua posizione particolare per la testa. Il foramine occipitale si trova alla base del cranio e non dietro di esso. La bipedia ha liberato la mano dalla locomozione ed questo ha avuto delle grande ripercussioni siamo diventati Homo faber, vale a dire capaci di fabbricare degli strumenti».

Cosa significa che l’evoluzione degli hominina è una evoluzione a cespuglio?

«Vuole dire che l’evoluzione umana non è lineare, bisogna abbandonare l’immagine di un albero con dei rami che corrispondono a delle specie. Gli studi mostrano che in uno stesso periodo hanno vissuto diverse specie e da questo cespuglio di specie ce ne è una che si sviluppa per dare origine al nostro ceppo. E quello che è successo con le varie specie di Australopitechi, molte erano contemporanee ed È da una di queste specie che si è differenziato il genere Homo».

Come si legano tra loro stazione eretta, uso della mano e sviluppo cerebrale?

«La bipedia ha liberato la mano dalla locomozione ed ha permesso alla a mano di diventare una autentica macchina-utensile programmabile. La nostra mano ultramobile ci trasforma in una sorta di macchina-utensile intelligente, che si programma quasi istantaneamente in funzione delle informazioni raccolte dai tanti sensori di cui è dotata. Proprio grazie a questi microsensori, la mano è anche un organo d’informazione e di comunicazione. La forte presenza di terminazioni nervose, soprattutto sul palmo e sulla punta delle dita più di 17mila fa sì che il nostro tocco sia modulato dalla sensibilità, e infatti è con la mano che entriamo in contatto con il mondo. Senza che ce ne rendiamo conto, ci fornisce ogni giorno migliaia di informazioni. La mano rispecchia anche l’estensione stupefacente della nostra capacità cognitiva. C’è proprio una relazione tra mano e sviluppo cerebrale».

La caccia come ha condizionato la nostra evoluzione?

«Tutti i paleontologi concordano nel dire che l’introduzione delle proteine animali nel regime alimentare umano e poi l’aumento del consumo di carne hanno avuto un ruolo cruciale nell’evoluzione del nostro cervello. Da sola, la carne fornisce energia sotto forma di proteine e grasso, più tutti i minerali e quasi tutte le vitamine di cui il corpo umano ha bisogno. I reperti archeologici indicano che nel corso del tempo i cacciatori-raccoglitori hanno cercato di procurarsi quanta più carne energetica possibile, vale a dire carne grassa. Malgrado gli enormi rischi, si sono ostinati ad abbattere degli animali grassi imponenti, come mammut, bovidi grandi e piccoli, rinoceronti, foche, balene, etc. E quando hanno cominciato ad addomesticare gli animali da carne, si sono concentrati innanzitutto su animali grassi come i suini, i bovini, i caprini, prima di interessarsi agli uccelli, i cavalli…»

Perché come scrive nel libro la cultura è un catalizzatore dell’evoluzione nel caso degli hominina?

«A nostro parere è la cultura che può spiegare l’unicità del Sapiens. La cultura (fabbricare degli strumenti, controllare il fuoco, il linguaggio articolato, l’empatia…) e la cooperazione sociale (attività collettive di caccia, di strutturazione della sociétà, di creazione…)».

Perché il sapiens si è riprodotto così in fretta colonizzando così tanti ambienti?

«La tesi che difendo in Noi siamo Sapiens è che questa capacità di crescita ha un’origine sociale: Sapiens investe più di tutte le altre specie nella sua discendenza. Il piccolo Sapiens cresce lentamente ed ha quindi più tempo per imparare. E questo tempo non ha smesso di allungarsi, era già in Neanderthal più lungo che in Homo ergater, ma anche in Sapiens via via che è aumentata la speranza di vita e la complessità culturale della società. Oggi, constatiamo che il cervello termina la sua crescita verso i 25 anni, mentre il periodo di apprendimento può durare fino a 30 anni, o oltre. Insomma, a nostro parere, non sono stati gli sviluppi biologici a creare la singolare storia evolutiva sapiens bensì la sua complessità sociale e culturale».

homo sapiens
Si sono osservate nelle popolazioni umane in età contemporanea, in alcuni casi tendenze microevolutive superiori a quelle attese sotto l’esclusivo effetto della sola deriva genetica casuale, se presenti fattori favorenti la selezione naturale[24]. Nell’esempio specifico un anticipo dell’età di riproduzione (età media al primo figlio scesa da 26 a 22 anni) dall’inizio del XIX secolo al 1940, in un’isola canadese a un centinaio di chilometri da Québec, in Canada. Pur con le tolleranze dovute ai fattori socioeconomici confondenti, il dato risulterebbe significativo.

Origini

Il periodo che va dal periodo interglaciale medio, circa 300 000 anni fa, all’epoca odierna, vede la comparsa in Africa orientale e la diversificazione della specie Homo sapiens. Secondo le teorie prevalenti, dal continente africano, circa 65-75 000 anni fa (o secondo altre evidenze alcune decine di migliaia di anni prima), in stretta coincidenza con un evento di fortissima riduzione della popolazione globale, tuttora in fase di definizione, parte della specie iniziò un percorso migratorio che attraverso un corridoio medio orientale la portò a colonizzare l’intero pianeta.

La precisa datazione dei primi esemplari definibili sapiens, tradizionalmente posta a circa 130 000 anni fa, è stata spostata dalle scienze paleontologiche più indietro nel tempo, grazie a ritrovamenti nei tufi vulcanici della valle del fiume Omo in Etiopia. Per mezzo di tecniche basate sui rapporti fra gli isotopi dell’argon, alcuni reperti anatomicamente simili all’uomo moderno sono stati datati a 195 000 anni fa, con un’incertezza di ± 5 000 anni. Nuovi ritrovamenti rinvenuti nel 2017 in Marocco sposterebbero l’origine dell’Homo sapiens a circa 300 000 anni fa. La teoria attualmente più riconosciuta stima che:

  • la sottotribù Hominina si sia evoluta nel Rift africano da una popolazione di Ominidi, progenitori comuni agli scimpanzé, circa 5-6 milioni di anni fa
  • il genere Homo si sia differenziato 2,3-2,4 milioni di anni fa dall’Australopithecus e diffuso sul globo come Homo erectus (Out of Africa I)
  • la specie H. sapiens si sia sviluppata anch’essa in Africa circa 200 000 anni fa e successivamente (100 000 – 65 000 anni fa) sia ugualmente migrata tra i continenti (Out of Africa II) con possibili ibridazioni successive con specie affini (Homo neanderthalensis, Homo di Denisova)

Girato a Palazzo Cavalli – Centro di Ateneo per i Musei – Università di Padova. Basato sul libro “Homo Sapiens – Il cammino dell’umanità” edito da Libreria Geografica.

Evoluzione biologica

Lo studio scientifico dell’evoluzione umana comprende lo sviluppo del genere Homo e lo studio degli altri ominidi quali, ad esempio Australopithecus strettamente correlati con esso. Gli uomini moderni appartengono alla specie Homo sapiens, per alcuni autori suddivisibile in due sottospecie: Homo sapiens sapiens e Homo sapiens idaltu (tradotto approssimativamente come “uomo saggio maggiore”), estinto.

Dal punto di vista anatomico, gli uomini moderni appaiono in testimonianze fossili risalenti a 130 000 anni fa in Africa. Inoltre sono stati rinvenuti in tufi vulcanici della valle del fiume Omo in Etiopia resti risalenti a 195 000 anni fa, datati con tecniche basate sui rapporti isotopici dell’argon, con un’incertezza di ± 5 000 anni.

homo sapiens

I parenti più stretti ancora viventi di Homo sapiens sono le due specie appartenenti al genere Pan, comunemente noti come scimpanzé: il bonobo (Pan paniscus) e lo scimpanzé comune (Pan troglodytes). Le due specie sono ugualmente vicine, ovvero condividono lo stesso antenato comune; la differenza principale tra essi è l’organizzazione sociale: matriarcale per il bonobo e patriarcale per lo scimpanzé comune. Il sequenziamento completo del genoma ha portato alla conclusione che “dopo 6,5 milioni di anni di evoluzione separata, le differenze tra bonobo/scimpanzé ed umani sono soltanto dieci volte maggiori di quelle esistenti tra due persone qualsiasi e dieci volte minori di quelle esistenti tra ratti e topi”.

Infatti, il 98,6% della sequenza di DNA è identica tra le due specie di scimpanzé e gli esseri umani. È stato stimato che la linea umana si sia distaccata da quella degli scimpanzé circa cinque milioni di anni fa e da quella dei gorilla circa otto milioni di anni fa. Tuttavia, un cranio ominide rinvenuto in Ciad nel 2001, classificato come Sahelanthropus tchadensis, risale approssimativamente a sette milioni di anni fa, la qual cosa potrebbe indicare una divergenza precedente; anche studi del 2009 su Ardipithecus ramidus portano a 5,4-7,4 milioni di anni la probabile divergenza. Queste minime differenze genetiche hanno portato alcuni scienziati, il più noto dei quali al vasto pubblico è Jared Diamond, ad ipotizzare una riunificazione di uomini e scimpanzé sotto lo stesso genere Homo, come nell’originale schema di Linneo del Systema Naturae, edizione 1758. Ciò implicherebbe ovviamente una revisione totale almeno dei generi PanArdipithecusKenyanthropusAustralopithecus e Homo.

L’attuale variabilità genetica della specie umana è estremamente bassa, comparativamente a quanto succede in altri raggruppamenti tassonomici animali.
I genetisti Lynn Jorde e Henry Harpending dell’università dello Utah hanno suggerito che la variazione del DNA umano è piccolissima se comparata con quella di altre specie e che durante il Tardo Pleistocene, la popolazione umana fosse ridotta a un piccolo numero di coppie genitoriali – non superiori alle 10 000 e forse intorno alle 1 000 – con la conseguenza di un pool genico residuo molto ristretto, la fortissima riduzione della popolazione globale accennata nell’introduzione della voce. Sono state formulate varie spiegazioni per questo ipotetico collo di bottiglia, tra cui la più famosa Teoria della catastrofe di Toba.

L’evoluzione umana è caratterizzata da un certo numero di importanti tendenze fisiologiche, incluse l’espansione della cavità cerebrale e del cervello stesso, che arriva, con una distribuzione variabile per ogni singolo individuo, ad un volume tipico di 1 260 cm³, oltre il doppio di quello di uno scimpanzé o gorilla. Il ritmo di crescita postnatale del cervello umano differisce da quello delle altre scimmie antropomorfe (eterocronia), permettendo un lungo periodo di apprendimento sociale e l’acquisizione del linguaggio nei giovani umani. Gli antropologi fisici sostengono che la riorganizzazione della struttura del cervello sia più importante della stessa espansione cerebrale. Altri significativi cambiamenti evolutivi includono una riduzione dei denti canini, lo sviluppo della locomozione bipede e la discesa della laringe e dell’osso ioide che permise il linguaggio. Come siano collegate queste tendenze e quale sia il loro ruolo nell’evoluzione di una complessa organizzazione sociale e della cultura rimangono questioni ancora dibattute.

 

Riferimenti e approfondimenti

  1. Studi preliminari sul DNA del bonobo (Pan paniscus) suggerivano che fosse almeno al 95% uguale a quello di Homo sapiens, tanto che secondo alcuni scienziati dovrebbe essere riclassificato, insieme allo scimpanzé comune (Pan troglodytes), come membro del genere HomoHomo paniscusHomo sylvestris o Homo arboreus. Secondo altri è il termine Homo sapiens ad essere inadeguato e l’umanità andrebbe riclassificata sotto il genere PanJeff Hecht, Chimps are human, gene study implies, in New Scientist, maggio 2003.; ugualmente, lo scimpanzé diverrebbe Homo troglodytes.
  2. I. McDougall, F. H. Brown e J. G. Fleagle, Stratigraphic placement and age of modern humans from Kibish, Ethiopia, in Nature, vol. 433, nº 7027, 2005, pp. 733–736, DOI:10.1038/nature03258, PMID 15716951.
  3. Le Scienze, Un’origine più antica per Homo sapiens, 7 giugno 2017
  4. Alla ricerca delle nostre origini (Bollati Boringhieri) – Silvana Condemi

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