La Faglia Mediterranea e i terremoti italiani

Aristotele spiegava i terremoti come scuotimenti del suolo in seguito a turbini di vento compresso nel ventre della Terra ed in cerca di una via d’uscita verso l’esterno; le esalazioni che talvolta fuoriescono da spaccature del terreno in seguito ad un forte terremoto ne erano la prova! Per secoli ne derivò l’usanza, a mo’ di criterio antisismico, di scavare pozzi in prossimità dei centri abitati per consentire la fuoriuscita dei venti e proteggerli dai terremoti.

Per tutto il medioevo il terremoto fu considerato un castigo divino, volto a punire gli uomini malvagi che avevano sovvertito l’ordine stabilito da Dio, e presagio del giudizio universale.

Oggi sappiamo che i terremoti sono vibrazioni generate dalla rottura improvvisa e violenta di una massa rocciosa che avviene in seguito ai movimenti, impercettibili ma continui, della crosta terrestre. A differenza di altri contesti (per esempio la subduzione del pacifico lungo le coste americane e giapponesi) dove il meccanismo generatore dei terremoti è relativamente semplice e ben noto (una placca oceanica si immerge al di sotto di una placca continentale provocando terremoti anche molto violenti), l’Italia è inserita in un contesto tettonico molto complesso di cui non sono ancora ben chiari tutti i meccanismi. Proviamo insieme a trovare un filo conduttore e a capire un po’ meglio cosa c’è “sotto” il bel paese.

Iniziamo dal principio:

Come tutti sapete la teoria della tettonica a placche ci insegna che la crosta terrestre è frammentata, grossomodo in undici grandi placche in movimento relativo tra loro. Così avviene che lungo le dorsali oceaniche ci sia emissione di magma “fresco”, espansione della placca e del “pavimento” oceanico, mentre, i prossimità dei continenti, la placca oceanica viene “riciclata”: si inflette al di sotto del continente e viene riassorbita dal mantello (subduzione). Questo margine, detto margine attivo, è dove avviene il maggior rilascio di energia sismica e dove avvengono i più forti terremoti conosciuti. Il motore di tutto ciò è il calore dell’interno della Terra ed i moti convettivi del mantello che, in superficie, trascinano le placche.

tettonica a placche

Il bacino del Mediterraneo è sede di complessi fenomeni tettonici e per comprenderlo possiamo partire dalla Faglia Gloria. Infatti se geograficamente Europa e Africa sono separate dal Mediterraneo non si può dire lo stesso dal punto di vista geologico. Anzi, geologicamente Europa ed Africa sono a diretto contatto e si fronteggiano nel Mediterraneo.

La Faglia Gloria è una grossa “spaccatura” della crosta terrestre che ha inizio in prossimità delle isole Azzorre, vicino alla dorsale medio Atlantica, dove l’intersezione dei continenti Europa, Africa e America sembra disegnare sulla carta tettonica una T, con la gamba in direzione del Mediterraneo. Da questo punto la Faglia Gloria parte, in direzione est fino a Gibilterra. Qui si trasforma e da faglia in senso stretto diviene una fascia di deformazione, ma prosegue verso la Sicilia e li disegna un arco, intorno alla Calabria, prende la direzione degli Appennini e risale lo stivale, fino alle Alpi. Qui curva nuovamente e ridiscende, seguendo le coste croate, albanesi e poi greche, dove vira, sfiora i margini meridionali di Creta, attraversa Cipro e sale in Turchia dove prende il nome di Faglia Est Anatolica.

Faglia Gloria
Il confine tra la placca africana e quella europea nel Mediterraneo. Le frecce indicano il movimento delle placche.

Se prendete la carta geografica e ci disegnate sopra la Faglia Gloria vi accorgerete che, non solo abbiamo fatto il giro del Mediterraneo, ma abbiamo anche toccato tutte le sue montagne: l’Atlante, le Madonie, i Nebrodi e i Peloritani, l’Aspromontre e la Sila, l’appennino fino a Bologna, le Alpi, le Dolomiti, le Dinaridi e la catena del Pindo. E le montagne sono un primo indizio: in questi luoghi è avvenuto lo scontro tra i continenti responsabile dell’orogenesi. Così aver seguito la Faglia Gloria ci ha permesso di tracciare il confine geologico tra Africa ed Europa, ben diverso da quello geografico che tutti conosciamo.

Facendo un salto indietro di 100 milioni di anni e facendo scorrere rapidamente il tempo osserveremmo la chiusura della Tetide (un piccolo bacino oceanico), prima compressa tra Africa ed Europa, poi subdotta e riespulsa (le ofioliti di Alpi ed Appennini). Eliminata la placca intermedia, circa 20 m.a., le due super-placche vennero in contatto, si aprì il bacino ligure-provenzale, il Tirreno meridionale e iniziarono a sollevarsi le catene montuose, mentre l’Africa iniziava a sprofondare sotto l’Europa. Così si è delineato l’assetto attuale.

Ma parliamo dell’Italia e dei suoi terremoti. Enzo Boschi, ex direttore dell’INGV, ci racconta che:

“I sismologi italiani hanno catalogato 30˙000 eventi sismici, cioè terremoti avvenuti in tutta la penisola e in Sicilia negli ultimi 3˙500 anni, dal 1450 a.C. ad oggi. Di questi, circa 4˙000 hanno raggiunto un’intensità almeno del quinto, sesto grado della scala Mercalli. In media uno ogni tredici, quattordici mesi. […] Grazie a questi documenti si sa che, a partire più o meno dal 500 a.C., negli ultimi 2˙500 anni ci sono stati in Italia almeno 560 terremoti forti, fortissimi e catastrofici, cioè dall’ottavo all’undicesimo grado: in media uno ogni quattro anni e mezzo. Sono quelli di cui si hanno notizie precise al punto da poter stabilire per ognuno con sufficiente esattezza latitudine e longitudine dell’epicentro, l’anno in cui si è verificato e l’intensità.

placca adriatica
Questa bellissima carta, tratta dal libro SI forma, SI deforma, SI modella di C. Venturini, mostra le principali zone dello stivale in cui la placca africana va in subduzione sotto l’Europa (linee rosse a triangoli).

La prima osservazione riguarda la microplacca adriatica, ovvero quel promontorio di placca africana che si incunea verso l’Europa; è caratterizzata da un movimento antiorario ed urta a nord le Alpi Friulane e Venete, sotto le quali si inflette, sollevando le montagne. La subduzione genera un regime tensionale compressivo, con faglie inverse capaci di generare violenti terremoti (come quelli del Friuli del 1976).

Il bacino tirrenico è in espansione e presenta un regime tensionale distensivo con faglie normali (che cioè tendono ad allontanare le due estremità di una frattura); in questa zona ricorrono sismi leggeri e l’apertura delle faglie ha permesso la risalita dei magmi che hanno dato vita ai complessi vulcanici laziali, campani ed ai vulcani sottomarini del tirreno. L’espansione tirrenica spinge gli Appennini settentrionali verso nord-est e la microplacca adriatica reagisce andando in subduzione verso il Tirreno (sud-ovest), con un’inclinazione di circa 45°, e generando i terremoti di bassa magnitudo del margine meridionale della pianura padana orientale.

Scendendo lungo lo stivale, una serie di faglie normali (sforzi distensivi) si allinea lungo l’asse di tutto l’appennino centrale e meridionale. Ad ogni terremoto le montagne si sollevano un po’ e le valli, quasi tutte impostate su faglie, abbassano leggermente il loro fondo. Una seconda serie di faglie si sviluppa perpendicolarmente a queste e su di esse si impostano i principali corsi d’acqua e le maggiori vie di comunicazione dell’Italia centro meridionale. Ora, un centro abitato (e non sono pochi) che si trova all’intersezione di tre faglie (spesso accade che una faglia della prima serie è interrotta e dislocata da una faglia perpendicolare), si trova sopra tre fonti sismogenetiche contemporaneamente. Così nell’arco Umbro-Marchigiano assistiamo a terremoti di sesto, settimo, raramente nono grado della scala Mercalli che si generano a diverse profondità. Più a sud, nell’arco abruzzese, i terremoti sono più superficiali e generalmente catastrofici, fino al decimo ed undicesimo grado.

Ancor più a sud inizia l’arco calabro, una struttura geologica che ricorda le grandi aree di subduzione pacifiche con struttura arco-fossa. Ed in effetti ne possiede tutte le caratteristiche: un bacino estensionale (il Tirreno), un arco vulcanico (con crateri attivi e spenti, dal Vesuvio all’Etna, dalle Eolie ai vulcani sottomarini del Tirreno) ed una fossa in cui la microplacca adriatica è subdotta dalla placca Europea (la valle del Bradano). Qui la microplacca affonda con inclinazioni superiori a quelle della subduzione che avviene sotto l’Appennino settentrionale; infatti i terremoti più frequenti sono profondi, cioè oltre 70 km di profondità. In questa struttura la catena appenninica piega il suo asse, passando dall’andamento NE-SW dell’appennino centrale a quello NW-SE della Calabria meridionale per finire con l’andamento W-E della Sicilia settentrionale.

Lo Stretto di Messina viene a trovarsi in un’area delicata, in cui agiscono sforzi estensionali e compressivi in direzione NW-SE in Calabria e N-S in Sicilia. In questa zona ricorrono i terremoti più violenti e distruttivi della storia italiana, che generalmente hanno luogo a 10-15 km di profondita, nella zona di massima inflessione della microzolla adriatica sotto l’appennino calabro, sotto i massimi sforzi di trazione, con rotture su faglie normali.

placca adriatica
L’arco calabro, schematizzato da H.U. Schmincke nel libro Volcanism. La microplacca adriatica e la microplacca ionica vanno in subduzione sotto la penisola. Le risalite magmatiche originano le Isole Eolie, il Vesuvio e l’Etna.

Tre grandi faglie segnano il confine dell’arco calabro: la prima a nord tra la Sila ed il Pollino; la seconda, nota come Malta Escarpment, va da Malta all’Etna e poi fino alle Eolie; la terza parte dall’Africa, entra in Sicilia dal margine meridionale e giunge fino all’Etna, allo Stretto di Messina e fino alle coste calabre.

Infine la Sardegna, su crosta Europea, così stabile da essere l’unica regione italiana contrassegnata dallo zero nella mappa di pericolosità sismica nazionale e la Puglia, che fa parte della placca africana e presenta una bassissima sismicità perché si trova in una zona ancora indeformata (cioè che non risente ancora della deformazione provocata dal movimento degli appennini) della microplacca adriatica.

Quella linea di faglia lungo l’Appennino che scatena i terremoti

Roma, (askanews) – Gran parte dell’Italia è posta su una micro placca tettonica che coincide a Ovest con gli Appennini, sale verso Nord sulle Alpi, gira verso Est e ridiscende a Sud lungo i Balcani. Questa sorta di “promontorio”, facente parte della placca africana, spinge contro quella europea e l’attrito che ne deriva genera terremoti come quello che ha devastato il Reatino. Per comprendere il fenomeno, ha spiegato l’Istituto nazionale di Geofisica e Vulcanologia, si deve immaginare un rettangolo di forma molto allungata che coincide con la dorsale appenninica. A sinistra del rettangolo, cioè nella parte tirrenica, ci sono poche frecce che indicano piccoli spostamenti del terreno verso Nord, mentre in tutta la parte adriatica, dalla Puglia all’Emilia Romagna, si registrano spostamenti più forti e frequenti verso Nord Est. Questo vuol dire che c’è una zona adriatica che si sposta verso Nord Est e una zona tirrenica quasi ferma o in lieve movimento in un’altra direzione. E’ proprio all’interno di quel rettangolo che si registrano i terremoti caratteristici dell’Appennino centrale e meridionale, come ha spiegato il sismologo Alessandro Amato. “In sostanza la parte adriatica e la parte tirrenica si allontanano lentamente, a causa di rotazione di blocchi geologici, con una velocità di 3, 4, 5 millimetri per anno, che sembra una cosa piccola ma in realtà, se ragioniamo in tempi geologici, dopo cento o duecento anni i millimetri sono diventati metri. Questo significa che c’è abbastanza energia, lungo le faglie che abbiamo in Appennino, per farle muovere. Le faglie resistono fino a che possono e poi devono sbloccarsi, scattano e provocano un terremoto. In questo caso è avvenuto un terremoto di magnitudo 6 in una faglia lunga circa 20, 25 Km, con uno spostamento che sarà di qualche decimetro da una parte rispetto all’altra”. Non sono terremoti di grande potenza, ma hanno effetti devastanti a causa della tipologia dei nostri edifici, in gran parte costruiti senza criteri antisismici, ha sottolineato il sismologo Massimo Cocco.

 

Riferimenti e approfondimenti

  1. www.osservatoriometeoesismicoperugia.it
  2. Fault plane solutions in the Aegean Sea and the surrounding areaand their tectonic implication (B. C. Papazachos, E. E. Papadimitriou, A. A. Kiratzi, C. B. Papazachos, and E. K. Louvari) – Vol. 39, n.3, September 1998 pp. 199-218
  3. Collision and Collapse at the Africa-Arabia-Eurasia Subduction Zone, Geological Society, London, Special Publications 2009; v. 311; p. 213-233
  4. Active tectonics of the north and central Aegean Sea Tuncay Taymaz, James Jackson and Dan McKenzie – Geophys. J. Int. (1991) 106 (2): 433-490. doi: 10.1111/j.1365-246X.1991.tb03906.x
  5. Western Mediterranean Ridge mud belt correlates with active shear strain at the prism-backstop geological contact (N. Chamot-Rooke, A. Rabaute, C. Kreemer) – (doi: 10.1130/G21469.1 v. 33 no. 11 p. 861-864)

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