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Isola di Pasqua: nuova scoperta sui Moai

Una interessante scoperta è stata fatta dall’Easter Island Statue Project (EISP), una fondazione no profit che lavora sull’Isola di Pasqua, l’isola del Pacifico al largo del Cile. Le teste dei Moai che sono il simbolo dell’Isola di Pasqua hanno anche un corpo.

isola di pasqua

È rimasto seppellito per secoli sotto terra. Non si conosce la ragione precisa per cui i mastodontici corpi siano stati interrati. Potrebbero esser stati sepolti di proposito coperti dalla terra nel corso dei secoli. Ma perché scolpire una statua per poi interrarla?

I Moai sono stati scolpiti tra il 1250 e il 1500 dal popolo di Rapa Nui. Il significato è ancora oggi poco chiaro ed esistono ancora molte teorie a proposito. La teoria più comune è che le statue siano state scolpite dai polinesiani abitanti a partire dall’anno 1000 d.C.

Gli esemplari più grandi, alti fino a 10 metri, pesano anche 75 tonnellate e venivano realizzati nella cava di tufo del vulcano Rano Raraku, per poi essere trasportati fino alla costa con un sistema ancora oggi sconosciuto. Sul dorso delle statue sono incisi simboli in rongorongo, in particolare la ‘falce’ (Vaka) potrebbe rappresentare una canoa. Probabilmente questi simboli incisi sulle statue indicano l’identità dell’artista proprietario dell’opera.

La leggenda narra che i Moai camminassero da soli fino alla riva del mare. Nel 1955, però, fu dimostrato come, con l’impiego di corde e di tronchi, dieci uomini fossero in grado di spostarne una in pochi giorni.

Il significato è ancora oggi poco chiaro ed esistono ancora molte teorie a proposito. La teoria più comune è che le statue siano state scolpite dai polinesiani abitanti a partire dall’anno 1000 d.C. Si ipotizza che i monoliti avessero un significato benaugurante e sono quindi rivolte al mare per favorire la pesca.

Le statue più piccole, invece, pare avessero una valenza raffigurativa di personalità dell’isola, mentre è improbabile un significato religioso. Fino a poco tempo fa, comunque, non si era a conoscenza del corpo interrato.

Ecco a cosa servivano i Moai

Risolto il mistero dell'Isola di Pasqua? Ecco a cosa servivano i moai

Il fascino dell’Isola di Pasqua è racchiuso tutto lì: nelle enormi teste di pietra, i moai, che guardano il mare. Chi le ha costruite? E come? Ma soprattutto, perché? Ed è proprio a quest’ultima domanda che risponde la ricerca appena pubblicata su Plos One, svelando il segreto della posizione scelta per gli oltre novecento monoliti sparsi sull’isolotto, visitato da 100 mila turisti ogni anno.

In base ai sondaggi geologici eseguiti, pare che la gente di Rapa Nui abbia posizionato i maestosi moai non a caso ma vicino alle fonti più vitali per l’umanità: l’acqua fresca. Gli archeologi hanno incrociato la posizione delle statue con la mappa delle risorse naturali dell’isola sperduta nell’oceano Pacifico, scoprendo così che c’era una corrispondenza significativa con le fonti di acqua dolce.

Insomma, le basi di moai si trovano «esattamente dove sgorgava l’acqua», utilizzata anche per coltivare la terra. «Costruire le statue non era un comportamento inesplicabile, ma qualcosa che non solo era culturalmente significativo ma centrale per la loro sopravvivenza», sostiene il coautore dello studio Carl Lipo, professore di antropologia alla Binghamton University.

Risolto il mistero dell'Isola di Pasqua? Ecco a cosa servivano i moai

Rimane incredibile «quanta energia abbiano investito» per segnalare queste fonti, mentre sarebbero bastate opere decisamente più piccole e meno impegnative. Probabilmente questi monumenti «rappresentavano gli antenati divinizzati e celebravano la condivisione quotidiana delle risorse»: una sorta di inno alla vita e contemporaneamente un ringraziamento per quanto ricevuto, riconoscendo nell’acqua il bene più prezioso.

Storia di Rapa Nui

L’isola di Pasqua, o meglio Rapa Nui, è una delle isole abitate più remote dell’oceano Pacifico, politicamente appartiene al Cile, anche se dista dalle sue coste oltre tremila e seicento chilometri, le terre più vicino sono le isole Pitcairn a una distanza di duemila e settantacinque chilometri.

Si tratta di un’isola vulcanica relativamente giovane, il suo territorio è composto sostanzialmente da quattro vulcani spenti PoikeRano KauRano Raraku e Terevaka, ma forse è più esatto definirli coni vulcanici, poiché in realtà, l’Isola di Pasqua è la sommità di un grande cono vulcanico che emerge dal fondo oceanico dalla profondità di circa duemila metri.

Si tratta di una catena montuosa prevalentemente sottomarina con vari picchi, che formarono l’isola di Pasqua stessa e le tre isole minori di Motu ItiMotu Kau Kau e Motu Nui tutte e tre disabitate.

isola di pasquaCome si diceva, Rapa Nui è un’isola relativamente giovane che si è formata circa settecentocinquantamila anni fa, l’eruzione vulcanica più recente, sull’isola, avvenne circa centomila anni or sono, anche se, c’è da dire che nel corso del 1900, in più occasioni, si è osservato del vapore uscire dal cratere Rano Kau. Essendo l’origine dell’isola vulcanica è prevalentemente formata da colate di hawaiite e basalto, ricche di ferro, di conseguenza Rapa Nui, la cui traduzione dalla lingua locale è grande isola di roccia, ha pochissime spiagge e tante ripide scogliere.

L’isola di Pasqua vanta una lunghezza massima di ventiquattro chilometri per una larghezza di tredici chilometri, la sua forma ricorda vagamente un triangolo rettangolo, la parte più elevata dell’isola, il cono vulcanico Terevaka, che raggiunge l’altezza di cinquecento dieci metri.

Rapa Nui, essendo molto lontana da altre terre emerse presenta pochissime specie vegetali e animali native, quindi la maggior parte della flora e della fauna deriva dalle importazioni effettuate dall’uomo. Secondo le testimonianze, in gran parte trasmesse oralmente, i primi abitanti dell’isola giunsero dalla Polinesia, ovviamente via mare, sembra che fossero guidati dal re Ariki Mau.

La popolazione sembra fosse formata da due gruppi principali quindi sembrerebbe vera la teoria che parla di un interscambio razziale tra Polinesia e l’America Meridionale, però, di ciò non ci sono prove. E’ comunque molto difficile, nonostante le ricerche effettuate, ricostruire la storia dei primi coloni soprattutto perché non vi sono documenti scritti, poiché i primi abitanti non possedevano, ancora, alcuna forma di scrittura.

isola di pasqua

Varie sono le teorie su quando avvenne la colonizzazione, sempre la tradizione orale ci racconta che re Ariki Mau, il quale assunse poi il nome di Hotu Matua, sbarcò sull’isola insieme con alcuni polinesiani sulla spiaggia di Anakena nel 450 d.C. circa. Alcuni studi recenti datano la prima colonizzazione tra l’800 d.C. e il 900 d.C., benché alcuni studiosi sostengano che l’insediamento avvenne in più ondate tra il 1100 e il 1600.

Siamo in un campo d’ipotesi più o meno sostenute da studi e soprattutto da ciò che logicamente dovrebbe essere avvenuto, ma, a volte la logica non corrisponde alla realtà dei fatti. Sembra che fino al 1200 l’isola fosse coperta da palme e che la popolazione fosse in perfetta armonia con le risorse della terra, poi, non si sa bene perché, nacque l’esigenza della costruzione dei Moai.

Il trasporto di queste enormi statue richiedeva un elevato consumo di legname e quindi avvenne un frenetico disboscamento, che insieme all’aumento della popolazione, derivante da nuovi sbarchi, decretarono la completa scomparsa delle palme.

isola di pasqua

E’ nel 1400 che la popolazione raggiunse il suo massimo e nello stesso tempo il disboscamento raggiunse il suo picco assoluto, si vennero così a creare grandi dissapori sociali che finirono con lo sfociare in cruente guerre civili, durante le quali i clan si distrussero a vicenda e molti Moai furono abbattuti. Tra il 1600 e il 1700 le condizioni di vita divennero proibitive, ormai si usavano come combustibili cespugli ed erba secca.

Vi è però un’altra ipotesi che spiegherebbe la totale scomparsa degli alberi dall’isola, la distruzione andrebbe imputata, anche, al proliferare di un tipo di ratto polinesiano, che i primi coloni portarono con loro, forse senza rendersene conto.

Questo piccolo mammifero si moltiplicò moltissimo non avendo, sull’isola, predatori e dato che nella sua dieta compaiono i semi di palma alcuni studiosi hanno ipotizzato che questi ratti contribuirono all’estinzione degli alberi. Il primo europeo a sbarcare sull’isola fu l’olandese Jakob Roggeveen, era la domenica di Pasqua del 1722, da qui il nome europeo dell’isola, secondo i suoi rapporti Rapa Nui era un’isola brulla, con poca vegetazione e totalmente spoglia di alberi ad alto fusto.

isola di pasqua

Nel 1770 il possesso dell’isola di Pasqua fu rivendicato dalla Spagna, Don Felipe Gonzales de Haedo giunse sull’isola, la annesse al regno di Spagna, ne cambiò il nome in San Carlos, e fece innalzare, affinché fosse chiara la conquista, varie croci su tutto il territorio dell’isola. Di fatto però ben presto la Spagna perse la sovranità sull’isola poiché a quella del 1770 non seguirono altre spedizioni, forse non fu valutata, dagli Spagnoli, tanto interessante.

Nel 1774 sull’isola di Pasqua sbarcò il famoso navigatore James Cook che rilevò la somiglianza della popolazione locale con quella polinesiana, riferì che pochi Moai erano ancora in posizione eretta, la maggior parte erano stati abbattuti ed erano abbandonati sul terreno.

Nonostante Cook affermò che era ben difficile trovare un’isola del Pacifico così inospitale, è grazie alla sua spedizione, che sembra durò solo due giorni, che fu disegnata, da Cook stesso, dal naturalista Johann Reinhold Forster e a suo figlio Reinhold Forster, la prima carta geografica che riportava la posizione dei principali siti archeologi.

isola di pasqua

Due soli giorni furono sufficienti anche a disegnare tanti schizzi dei Moai che permisero agli europei di appassionarsi a tali monumenti. Come però, di solito, si dice non furono tutte rose e fiori, infatti, gli Europei portarono con loro alcune malattie, sconosciute sull’isola, queste fecero tantissime vittime e come se ciò non bastasse, a un certo punto cominciarono deportazioni da parte di schiavisti. I re e i sacerdoti più importanti non fecero mai ritorno sull’isola e con loro andarono perdute quasi tutte le conoscenze e le tradizioni orali.

Nel 1866 Jean Baptiste Dutrou Bornier, un ufficiale francese, con il suo socio in affari, l’inglese Brander, riuscì ad acquistare molti terreni dalla popolazione locale. Bornier, con manie di grandezze, si trasferì sull’isola, fondò un piccolo regno e internò la popolazione indigena in un piccolo territorio, il resto dell’isola divenne pascolo per pecore e mucche.

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Questo periodo durò una decina di anni, infatti, la popolazione, nel 1876 si ribellò e Bornier fu ucciso, le proprietà passarono esclusivamente a Brander, alla morte dell’Inglese furono ereditate dalla sua famiglia. Nel frattempo la popolazione indigena si era ridotta al minimo storico, nel 1877 sull’isola si registravano solo poco più di un centinaio di abitanti.

Nel 1888 l’isola di Pasqua fu annessa al Cile, i Cileni riuscirono a firmare il trattato con i capi tribù poco prima che sul posto giungesse una nave da guerra francese, con l’intenzione di annettere l’isola alla Francia, a quel punto ai Francesi non restò altro che fare dietrofront.

Nel 1914 l’isola di Pasqua vide violentissimi scontri tra la popolazione indigena, che era ridotta in condizioni, a dir poco precarie, e quella cilena. Tutto il territorio dell’isola rimase sotto il diretto controllo dell’esercito cileno, che avrebbe dovuto preservare gli interessi di tutte e due le fazioni, fino al 1967.

Nel 1935 cominciarono studi archeologi, da parte del frate cappuccino Sebastian Englert, che videro la fondazione del museo di Hanga Roa e diedero il via a tante altre spedizioni scientifiche. Hanno lavorato sull’isola archeologi del calibro dell’inglese Katherine Routledge, del francese Alfred Metraux, del tedesco Thomas Barthel e del norvegese Thor Heyerdahl.

L’arte, la cultura e i Moai

RongorongoGli indigeni dell’isola di Pasqua sono gli unici, nell’area del Sud Pacifico, che riuscirono a sviluppare una propria scrittura che fu chiamata Rongorongo o ko hau rongo rongo, il cui significato, più o meno dovrebbe essere: “Linee incise per essere cantate”. Si tratta di un sistema di Glifi che per molti anni fu del tutto indecifrabile, Thomas Barthel, grazie alla scoperta di una tavoletta, oggi conservata a Grottaferrata nell’archivio dei Santi Cuori, che riporta un calendario lunare, riuscì a decifrare alcuni simboli, anche se parzialmente.

Molti glifi rappresentano forme geometriche, di animali, di piante e umane, furono rivenute varie tavolette con iscrizioni in rongorongo, alcune delle quali molto danneggiate, vi sono anche statue di legno e ornamenti vari che presentano questa scrittura. Tutti questi oggetti oggi sono sparsi per il mondo, sia in musei sia in collezioni private, forse sull’isola di Pasqua non è rimasto nessun manufatto di questo tipo.

Non sono, però mancate né controversie né polemiche nel mondo scientifico, c’è, infatti, chi afferma che questa non è una scrittura originale ma soltanto un’imitazione, fatta dalla popolazione indigena, della scrittura usata dai primi scopritori dell’Isola.

isola di pasqua

Sul finire del 1800 questa scrittura scomparve, i pochi nativi rimasti sull’isola di Pasqua non erano più idonei né a leggerla né a scriverla. A conti fatti oggi sopravvivono solo ventisei tavolette, la completa decifrazione della lingua incontra tre grandi ostacoli, il numero delle tavolette rimaste è veramente piccolo, manca qualsiasi forma d’illustrazione che possa aiutare l’interpretazione, le quasi inesistenti testimonianze dell’antica lingua Rapanui.

Oltre alle controversie accennate prima, alcuni studiosi sono convinti che questa non sia una vera e propria forma di scrittura ma, piuttosto di una proto scrittura o un sistema mnemonico, molto limitato, di supporto alla genealogia, alla coreografia, alla navigazione, all’astronomia e all’agricoltura. Secondo quanto è tramandato da quel poco che è rimasto della tradizione orale, le tavolette di legno erano incise con punte di ossidiana o con i denti di squalo.

I glifi avevano tratti regolari e incisioni profonde, scrive Eugene Eyraud, un missionario che si recò sull’isola per evangelizzare gli abitanti: “In ogni rifugio si trovano tavole di legno o bastoni coperti da diversi tipi di caratteri geroglifici: sono raffigurazioni di animali sconosciuti nell’isola, che i nativi disegnano con pietre taglienti.

Ogni figura ha il proprio nome; ma la scarsa attenzione che rivolgono per queste tavole mi porta a pensare che questi caratteri, i resti di qualche scrittura primitiva, ora sono per loro una pratica abituale, che mantengono senza conoscerne significato”.

isola di pasqua
Isola di pasqua

Le grotte come luogo di cultoSi è più volte detto della natura vulcanica dell’isola, ciò porta alla presenza di molte grotte che si formarono quando i flussi di magma sotterraneo cominciarono a raffreddarsi. Le grotte furono usate per secoli sia come luogo di culto sia, a volte, per seppellire i morti.

La prova di questo duale utilizzo si evince dal fatto che, in alcune grotte sono presenti, ancora, dipinti rupestri e altorilievi che rappresentano il dio Makemake e l’uomo uccello, mentre in altre sono state ritrovate ossa umane. Infine nel periodo in cui l’isola fu frequentata dai mercanti di schiavi, le grotte furono usate come nascondiglio.

Per secoli l’esatta collocazione, di ciascuna grotta, era un segreto custodito gelosamente dai capi tribù i quali tramandavano oralmente, ai successori, sia i riti da compiere sia l’ubicazione delle grotte.

Orongo e il culto dell’uomo uccelloTangata manu, l’Uomo Uccello, un culto molto particolare. Sembra che a seguito dei cambiamenti ambientali, provocati dalla stessa popolazione indigena, assunse sempre più importanza il rituale dell’Uomo Uccello.

Ogni anno, al termine di un periodo di cerimonie, si faceva una gara fra i rappresentanti delle tribù più importanti dell’isola, questi dovevano, dapprima, scendere dalla parete rocciosa sottostante Orongo, poi tuffarsi nell’oceano e raggiungere a nuoto le vicine isole di Motu NuiMotu Iti e Motu Kao Kao.

isola di pasqua

Raggiunta una delle isole dovevano prendere un uovo di un uccello, precisamente della Sterna fuscata, colui riportava per primo un uovo integro al gran sacerdote diveniva “Uomo Uccello”, fino al ripetersi del rituale l’anno successivo.

Le tradizioni non ci hanno tramandato quale fosse il profondo significato di questo rituale, né tantomeno perché il vincitore della gara godesse di un grande prestigio, sembra che fosse servito come un Dio per tutto l’anno, certe però sono le raffigurazioni dell’evento, petroglifi, sparse per tutta l’isola.

Le AhuSono degli ammassi di pietra sostenuti lateralmente e dal lato verso il mare da muri, su davanti presentano una piccola rampa e sono coperti da uno strato di pietre piatte. Se ne possono vedere vari tipi, alcuni molto semplici altri talmente massicci da poter sostenere un Moai, la tradizione tramanda che questi segnalano i luoghi di sepoltura di personaggi di alto rango, o ricchi, o famosi. Oggi sull’isola se ne contano circa trecentocinquanta, di solito messi lungo le insenature, comunque in luoghi riparati.

Il Rei MiroSi tratta di un pettorale di legno tipico della cultura indigena dell’isola di Pasqua, esso raffigura o un uccello o un’imbarcazione e alcuni riportano anche incisioni in Rongorongo. Era decorato, alle due estremità, da due teste di animali scolpite e aveva due fori per far passare uno spago, probabilmente per fissarlo. Benché non si conosca né il significato né la finzione di quest’oggetto, oggi sulla bandiera dell’isola di Pasqua ve né è rappresentato uno di colore rosso su sfondo bianco.

I MoaiI reperti archeologici che hanno dato la notorietà dell’isola di Rapa Nui in tutto il mondo sono proprio i Moai, si tratta di statue, per la maggior parte, monolitiche, scolpite e scavate in un unico blocco di tufo. La loro grandezza è variabile tra i due metri, i più piccoli, e i dieci metri, i più grandi; ne esiste uno, però incompleto, di ventuno metri.

isola di pasqua

Il numero dei Moai presenti sull’isola, se consideriamo anche quelli abbandonati nelle cave, si aggira intorno ai mille, alcuni hanno sulla testa una sorta di cilindro di tufo rossastro, identificabile, forse, come un copricapo, oppure come un’acconciatura maschile arcaica. Spesso sono visibili solo le teste dei Moai, in realtà possiedono anche un corpo con le mani e le braccia appena accennate raccolte sulla pancia, un naso prominente, le labbra serrate e le orbite degli occhi molto marcate.

Le teste sono molto sproporzionate rispetto al resto del corpo e le orbite degli occhi, oggi vuote, in origine avevano una sclera di corallo bianco con al centro una pupilla di ossidiana, esiste un unico Moai che testimonia ciò. Sul dorso delle statue sono incisi simboli in rongorongo e quello che appare più spesso è quello di una falce che alcuni studiosi pensano possa rappresentare una canoa.

Queste statue Erano scolpite nelle cave sdraiate e con la faccia verso l’alto, erano poi staccate dal resto della roccia e trasportate fino alla costa e qui rifinite da altri lavoratori. Un trasporto che non si sa bene come avvenisse e che ha fatto discutere molto gli studiosi, i quali ipotizzato diverse teorie.

Non deve sfuggire che i Moai più grandi pesano tra le settantacinque e le ottantacinque tonnellate e non deve meravigliare che per il trasporto poteva occorrere un anno. Un’ipotesi è stata ritenuta la più veritiera, anche se è la più affascinante, I Moai erano alzati nelle cave e trasportati in piedi con l’aiuto di corde e pali, come riuscì a dimostrare Thor Heyerdahl durante la sua spedizione del 1955.

Considerando che la tradizione orale vuole che i Moai raggiungessero il loro Ahu camminando, sembra veritiera l’ipotesi che il trasporto avvenisse col Moai in posizione eretta e con un movimento ondeggiante. La quasi totalità dei Moai furono scolpiti nella cava del vulcano Rano Raraku ma sembra, che fu abbandonata all’improvviso, come testimoniano statue incomplete nella roccia.

Qual era il significato dei Moai e soprattutto perché a un certo punto furono abbandonati e abbattuti? Le risposte a queste domande non sono semplici né tantomeno univoche, varie teorie tentano di dara una spiegazione logica, quella più accreditata e quella che ci presenta questi monoliti come forme augurali che portano benessere e prosperità dove rivolgono lo sguardo, infatti, i Moai sono spesso rivolte verso l’interno dell’isola, proteggendo, in questo, modo sia la terra sia gli abitanti, i pochi rivolti verso il mare dovrebbero proteggere le attività marittime, come la pesca.

isola di pasqua

Un’altra teoria si basa, su uno sfondo religioso, per quanto riguarda i Moai grandi, mentre quelli piccoli sarebbero rappresentazioni degli antenati defunti o d’importanti personaggi. Secondo alcune credenze indigene le statue potrebbero rappresentare capi tribù morti, esse avrebbero permesso, ai vivi, di prendere contatto con il mondo dei morti.

Come si diceva, a un cero punto la costruzione fu abbandonata improvvisamente, nelle cave giacciono tantissimi Moai in vari stati di costruzione, altri furono lasciati lungo la strada dalle cave alla costa e quelli eretti abbattuti. Perché quindi si è passati da un interesse vitale all’abbandono? Forse le guerre fra tribù o il crollo dell’economia, forse la mancanza di legno per il disboscamento o per la carenza di cibo hanno determinato tutto ciò.

Fatto sta che alla fine del 1800 non restava in piedi neppure un Moai sul suo ahu, sia per l’abbattimento da parte delle popolazioni indigene sia per i terremoti che hanno colpito l’isola. I pochi che oggi si possono vedere eretti e al proprio posto, sono solo qualche decina, sono stati rialzati con moderni lavori di restauro. Non c’è certo bisogno di scomodare il continente perduto di Mu o gli extraterrestri, per rendere più misteriosa una storia che non è chiara di per sé, certo è che qualcosa deve essere accaduto se gli abitanti sono passati, in maniera così repentina, da costruttori di Moai, creduti centro di vita, a demolitori degli stessi.

Riferimenti e approfondimenti

  1. Sebastian Englert: Diccionario rapanui-español. Santiago de Chile 1938.
  2. Alfred Métraux: Die Oster-Insel. Stuttgart 1957.
  3. Katherine Routledge: The Mystery of Easter Island. The story of an expedition. London 1920.
  4. Friedrich Schulze-Maizier: Die Osterinsel. Insel, Leipzig 1926.
  5. Crombette, Fernand. Essai de Géographie…divine; 5 tomes; Ceshe asbl, Tournai, diverses années
  6. Barthel, Thomas. 1958. Grundlagen zur Entzifferung der Osterinselschrift. Hamburg: Cram, de Gruyter.
  7. Butinov, Nikolai A., & Yuri V. KNOROZOV. 1957. Preliminary Report on the Study of the Written Language of Easter Island. Journal of the Polynesian Society 66. 1.
  8. Jared DiamondCollasso. Come le società scelgono di morire o vivere, Einaudi, 2005, ISBN 88-06-17638-2.
  9. Englert, Sebastian F. 1970. Island at the Center of the World. Translated and Edited by William Mulloy. New York: Charles Scribner’s Sons.
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