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Gobekli Tepe: la Stonehenge d’Asia

Gobekli Tepe è il più antico mai ritrovato: ha almeno 11.500 anni. Intorno all’8000 a.C. l’area è stata seppellita e abbandonata. I reperti più antichi, antecedenti al 9000 a.C. sono più accurati e imponenti, mentre le costruzioni successive appaiono molto meno elaborate, tanto da far pensare a una progressiva decadenza di quella società.

Le incisioni sulle colonne di Gobekli Tepe
Le incisioni sulle colonne di Gobekli Tepe

Sul santuario preistorico di Gobekli Tepe sono stati scritti fiumi di parole. Merita riassumere le tante teorie e osservazioni suscitate da quello che viene definito, non senza una buona dose di ottimismo, il “primo tempio del mondo”.

Di certo è il più antico mai ritrovato: ha almeno 11.500 anni. Un sito misterioso e ancora tutto da scoprire, dal momento che solo un decimo della sua area è stato riportato alla luce. Salta immediatamente all’occhio la complessità delle opere realizzate, in particolare gli immensi piloni megalitici a forma di T, superbamente decorati con fregi che non compaiono su analoghe strutture megalitche di epoca più tarda. La vera particolarità di Gobekli Tepe sta nel fatto che dopo quasi due migliaia di anni di attività è stato completamente sepolto e abbandonato.

Questa inspiegabile scelta dei suoi fruitori ha impedito il riutilizzo e la manomissione del sito nel corso dei millenni successivi. E forse non è un caso che il radiocarbonio sposti così tanto indietro le lancette dell’orologio rispetto a tutti gli altri templi preistorici precedentemente studiati dall’archeologia. In genere le strutture megalitiche, si pensi a Stonehenge, per secoli o addirittura millenni hanno subito ritocchi e ampliamenti, cosa che inevitabilmente restituisce tracce di occupazione di periodi diversi, specie quelle delle ultime fasi, impedendo una stima temporale davvero assoluta.

Gobekli Tepe
I piloni a forma di T

Una volta si riteneva che il megalitismo fosse un fenomeno ben più recente, originatosi a cavallo tra l’ultimo Neolitico e la prima Età dei metalli. Oggi per la verità sappiamo che il circolo di pietre di Atlit Yam in Israele, sommerso a una profondità di 8-12 metri, risale a circa 9200 anni fa, che quello di Nabta Playa in Egitto è stimato tra 6800 e 5700 anni fa, mentre i megaliti della Bretagna sono stati eretti tra 6500 e 4000 anni fa e le strutture megalitiche di Malta e Gozo tra 6000 e 4500 anni fa. Secondo alcune stime archeoastronomiche anche Carahunge in Armenia potrebbe risalire al VI millennio. In ogni caso Gobekli Tepe precede questi famosi templi di migliaia di anni.

Anche il vicinissimo sito di Nevali Cori, oggi sommerso sotto le acque di un lago artificiale, è databile al X millennio: gli scavi effettuati prima della creazione della diga avevano messo in evidenza strutture simili a quelle più piccole, appartenenti alla seconda fase di Gobekli Tepe. Insomma, pare proprio che sia questa l’area geografica che custodisce le strutture megalitiche più antiche note alla scienza.La storia di Gobekli Tepe (che significa la collina con la pancia o l’ombelico) affonda le sue radici nell’ultima fase del Mesolitico e prosegue in quello che viene definito Neolitico preceramico.

Secondo gli studi, non era un insediamento stabile popolato da agricoltori, ma un centro di culto utilizzato da cacciatori-raccoglitori, che tuttavia sono stati in grado di erigere un’architettura monumentale impressionante. Per gli archeologi, che lo hanno riportato alla luce nel corso degli anni Novanta, questa è stata certamente una sorpresa. È situato circa 18 chilometri a nordest dalla città di Sanlıurfa nell’odierna Turchia, vicino al confine con la Siria.

I reperti più antichi, antecedenti al 9000 a.C. sono più accurati e imponenti, mentre le costruzioni successive appaiono molto meno elaborate, tanto da far pensare a una progressiva decadenza di quella società. Intorno all’8000 a.C. l’area è stata deliberatamente seppellita e abbandonata. Il sito è formato da una collina artificiale alta circa 15 metri e con un diametro di oltre 300.

Gobekli Tepe
Colonna antropomorfa e una ricostruzione del sito

Per ora sono stati scavati sei recinti circolari, con un diametro dai 10 ai 30 metri, delimitati da enormi pilastri a forma di T di dimensione variabile dai 2 ai 7 metri d’altezza, ricavati da blocchi di calcare il cui peso varia tra le 10 e le 15 tonnellate. In tutto è stata riportata alla luce una quarantina di questi piloni.

Le colonne più grandi sorgono al centro dei circoli, mentre altre analoghe più piccole sono disposte lungo il perimetro e talvolta sostenute da muretti a secco. Sulla maggior parte dei monoliti sono raffigurati diversi tipi di animali (serpenti, anatre, gru, tori, volpi, leoni, cinghiali, bovini, scorpioni e formiche), ma anche elementi decorativi geometrici.

Su alcuni piloni sono incise braccia e cinture, elementi che rimandano chiaramente alla figura umana. Diverse incisioni sono state volontariamente cancellate. Indagini con il georadar hanno indicato la presenza di un’altra ventina di circoli, che racchiudono fino a otto pilastri ciascuno, per un totale di 200-250 pietre ancora sepolte nel terreno. Una pietra a forma di T, estratta solo a metà dalla cava, è stata trovata a un chilometro di distanza: aveva una lunghezza di circa 9 metri, ma è stata abbandonata dopo essersi rotta.

Gobekli Tepe
Fregi sui piloni e corrispondenze astronomiche

Molti sono stati i calcoli archeoastronomici effettuati sulle strutture del sito. Secondo il professor Giulio Magli del Politecnico di Milano, i pilastri megalitici di tre circoli sembrerebbero essere allineati con il punto all’orizzonte in cui Sirio sarebbe sorta rispettivamente nel 9100 a.C., 8750 a.C. e 8300 a.C.

Altre analisi suggeriscono che molte raffigurazioni sui piloni riprodurrebbero costellazioni, benché non tutte accurate dal punto di vista dimensionale, ma comunque rappresentazioni stilistiche delle forme stellari visibili al tempo. Nella sostanza una mappa celeste.

Da segnalare l’indagine archeoacustica condotta da Sb Research Group su uno dei recinti del sito: colpendo con la mano il pilastro centrale (recinto D, pilone n.18), che ha la tipica forma umanoide senza volto a forma di T e strani segni grafici all’altezza della gola, la pietra letteralmente “canta”: secondo le analisi vengono emesse vibrazioni, simili a quelle riscontrate in altri siti megalitici, con frequenze specifichein grado di modificare l’attività cerebrale (si pensi all’analogo fenomeno registrato nell’ipogeo di Hal Saflieni a Malta, ideato per favorire lo stato di trance).

Il culto degli animali o della fertilità?

L’elemento più stupefacente del sito neolitico (oltre alla connessa monumentalità) consiste senza dubbio nella moltitudine di basso rilievi scolpiti che decorano i Pilastri stessi.

Ad una prima occhiata serpenti, volpi, avvoltoi, leoni, cinghiali e tori si intrecciano sulla pietra calcarea insieme ad animali meno feroci come Ibis, gru, anatre, asini senza dimenticare le grandi immagini di ragni e scorpioni. Un vero e proprio «zoo dell’età della pietra» secondo gli archeologi. Un accenno a parte va fatto per il cosiddetto “culto degli avvoltoi” ipotizzato dall’archeologo francese Danielle Stordeur.

Gobekli Tepe
L’area di Gobekli Tepe e la Mezzaluna fertile

Analizzando il grande numero di questo tipo di raffigurazioni presenti a Göbekli e confrontandole con quelle ritrovate in altri siti neolitici della rilievi scolpiti che decorano i Pilastri stessi. Ad una prima occhiata serpenti, volpi, avvoltoi, leoni, cinghiali e tori si intrecciano sulla pietra calcarea insieme ad animali meno feroci come Ibis, gru, anatre, asini senza dimenticare le grandi immagini di ragni e scorpioni. Un vero e proprio «zoo dell’età della pietra» secondo gli archeologi.

Un accenno a parte va fatto per il cosiddetto “culto degli avvoltoi” ipotizzato dall’archeologo francese Danielle Stordeur. Analizzando il grande numero di questo tipo di raffigurazioni presenti a Göbekli e confrontandole con quelle ritrovate in altri siti neolitici della zona ha riscontrato l’insolito prestigio di questa razza di volatili. Per Stordeur questi uccelli mangiatori di cadaveri potevano rappresentare (per le popolazioni neolitiche) un possibile tramite tra umano e divino, erano degli esseri cioè che cibandosi della carne dei morti avrebbero portato i medesimi fino al cielo.

L’archeologo francese preferisce non sbilanciarsi sulla difficile ipotesi di cosa rappresentino determinati avvoltoi scolpiti in forma quasi umanoide, ma è lo stesso Schmidt a smontare l’ipotesi di una qualche divinità-avvoltoio a Göbekli ipotizzando che siamo di fronte a sciamani che «danzano vestiti da avvoltoi».

GÖBEKLI TEPE
Particolare del pilastro 43 del recinto D, noto anche come Pietra dell’avvoltoio. Il cerchio che appare appena al di sopra dell’ala dell’avvoltoio rappresenterebbe il disco solare.

Gli uomini di Göbekli Tepe scolpivano quei blocchi di pietra calcarea con dei semplici utensili di selce scheggiata ma con una straordinaria abilità raffigurando il mondo che vedevano dinanzi ai loro occhi di cacciatori raccoglitori, un mondo che assomigliava a un antico Paradiso Perduto ricco di flora e fauna di cui l’uomo era parte integrante.

Tra i cerchi megalitici sono state anche disseppellite statue vere proprie (come una testa umana e un uomo con il pene eretto) ma anche complessi altorilievi vennero scolpiti direttamente sulle pareti dei pilastri stessi nella forma di animali feroci o rettili. Per quanto ciascun cerchio megalitico abbia al suo interno due imponenti pilasti umanoidi a forma di T Schmidt non crede (come ipotizzato da alcuni colleghi) che questi rappresentassero un uomo e una donna né che il tipo di culto praticato a Göbekli Tepe si avvicinasse ai riti della fertilità ritrovati nelle più tarde comunità vicine.

In questo modo l’archeologo tedesco si oppone alla vecchia teoria della Dea-Madre neolitica ipotizzata dal famoso scopritore del sito di Catal Höyük, James Mellaart che trovando al principio numerosi simulacri divini in forma di donna e di Uro (una razza bovina primigenia) giunse alla frettolosa conclusione del culto della fertilità, ipotizzandolo poi per tutto il mondo neolitico. Per Schmidt in tutte le raffigurazioni fin’ora portate alla luce non ci sono chiari simboli della fertilità e persino gli animali scolpiti hanno per buona parte chiari tratti maschili, mentre le colonne risultano totalmente asessuate.

I primi Geroglifici

Sotto questi imponenti bassorilievi dal chiaro valore simbolico che ornano i pilastri a T è possibile distinguere delle immagini scolpite dalle dimensioni minori. I soggetti scelti risultano affiancati gli uni agli altri in successioni che appaiono stranamente simili ai geroglifici che potremmo trovare nell’antico Egitto solo 7˙000 anni più tardi.

Göbekli Tepe
Particolare del pilastro 18 del recinto D che mostra una volpe incisa in prossimità del gomito destro di una figura umana. Secondo Sweatman e Tsikritsis, i simboli a forma di H nella parte sottostante rappresenterebbero la posizione di Vega e/o di Deneb, due stelle luminose che in epoche precedenti a Gobekli Tepe avrebbero potuto ricoprire il ruolo di stella polare (Vega intorno al 12.000 a.C. e Deneb intorno al 16.000 a.C.) e che i costruttori del complesso megalitico mantennero quale riferimento per definire il nord.

Queste immagini che anche gli addetti ai lavori definiscono cautamente Geroglifici (dal greco hierós e glýfō cioè sacro-segno) sono la più antica forma di scrittura che ci è giunta integra. I soggetti scelti di queste catene simboliche che si sviluppano sulle colonne sia verticalmente che orizzontalmente sono per lo più dei segni astratti. Il più diffuso è il segno “H” che troviamo sia nella consueta posizione che ruotato di 90°; il cerchio; la mezzaluna nella variante verticale e in quella coricata; il palo orizzontale.

A queste simbologie astratte vengono affiancati segni con una più chiara connessione con il reale come la testa d’ariete o di toro, il cosiddetto bucranio, il serpente stilizzato singolo (quasi a forma di saetta) e il fascio di serpenti la cui forma sinusoidale fa fatto pensare ad una superficie acquea scossa dalle onde.

Pochi sono ottimisti nella comprensione dei messaggio incisi sui pilastri di Göbekli Tepe come l’archeologo Gary Rollefson che diffidente a ogni ipotesi interpretativa del simbolismo primitivo, ama sottolineare che «è trascorso il medesimo tempo tra Göbekli Tepe e le tavolette d’argilla sumere (impresse nel 3˙300 a.C.) che tra i sumeri e oggi».

Se per i grandi bassorilievi si tenta di ipotizzare alcune comparazione proprio con l’antica mitologia sumerica come nel caso dell’enorme numero di volpi scolpite su i pilastri a T il cui simbolismo condurrebbe al dio sommo del pantheon mesopotamico Enlil che viene spesso ritratto nella forma di volpe, per i geroglifici di Göbekli la strada verso la comprensione simbolica e “linguistica” è piuttosto lontana dall’essere imboccata, ma ancora notevoli strati del sito sono da portare alla luce e questa prospettiva porta un vento d’ottimismo per comprender una civiltà per duta che costruiva maestosi templi nel cuore della preistoria.

Culto degli antenati?

L’ipotesi principale di Schmidt sull’utilizzo del tempio è legato al culto degli antenati. Negli strati inferiori di Göbekli Tepe ci sarebbe secondo l’archeologo berlinese il motivo per cui questi cacciatori-raccoglitori hanno eretto il complesso cultuale. Il pavimento dei templi ad anello è composto da lastre di calcare indurito e Schmidt è convinto che quando infine si scaverà sotto questo strato si troveranno le prima ossa umane.

Queste resti dovrebbero appartenere alle figure più eminenti di quel popolo neolitico, capitribù, sciamani, grandi cacciatori, uomini che hanno forgiato il modo di vivere delle genti di Göbekli. Per l’archeologo tedesco c’è la possibilità che il sito in origine fosse solo un cimitero di cacciatori in cui si officiavano le prime cerimonie mortuarie e che solo successivamente questo culto dei morti si fosse sviluppato fino a spingere quelle genti neolitiche ad erigere i grandiosi pilastri-totem il cui compito originario sarebbe stato vegliare sui defunti.

Secondo Schmidt la collina di Göbekli Tepe è stata scelta proprio perché dominava il paesaggio circostante, un paesaggio che 12˙000 anni fa era simile a un paradiso e che gli antenati dei cacciatori avrebbero potuto ammirare per l’eternità. Non sapevano che proprio nell’erigere quella stupefacente costruzione l’uomo si sarebbe modificato perdendo le sua originaria autosufficienza nomade e imboccando la strada dell’agricoltura, un percorso impervio che rese le condizioni di vita estremamente difficili e destinato a trasformare quel paesaggio rigoglioso in un suolo arido e inospitale. Il paradiso di Göbekli Tepe era perduto.

Gobekli Tepe – National Geographic

 

Riferimenti e approfondimenti

  1. Sean Thomas/Tom Knox, Gobekli Tepe: paradise regained? (reportage pubblicato sul Fortean Times) e Il segreto della Genesi (Longanesi 2009)
  2. Amici della Scienza – Chi ha costruito Tihauanaco? Il fascino misterioso della civiltà perduta – 27 novembre 2019
  3. Badisches Landesmuseum Karlsruhe (Hrsg.): Die ältesten Monumente der Menschheit. Vor 12.000 Jahren in Anatolien, Begleitbuch zur Ausstellung im Badischen Landesmuseum vom 20. Januar bis zum 17. Juni 2007. Theiss, Stuttgart 2007, ISBN 978-3-8062-2072-8.
  4. MediaCultura (Hrsg.): Die ältesten Monumente der Menschheit. Vor 12.000 Jahren in Anatolien. DVD-ROM. Theiss, Stuttgart 2007, ISBN 978-3-8062-2090-2.
  5. David Lewis-Williams et David Pearce : An Accidental revolution? Early Neolithic religion and economic change, Minerva, 17 #4 (July/August, 2006), pp. 29–31.
  6. K. Pustovoytov : Weathering rinds at exposed surfaces of limestone at Göbekli Tepe. Neo-lithics 2000, 24-26 (14C-Dates).
  7. K. Schmidt : Göbekli Tepe, Southeastern Turkey. A preliminary Report on the 1995-1999 Excavations, Palèorient 26/1, 2001, 45-54.
  8. K. Schmidt : Sie bauten die ersten Tempel. Das rätselhafte Heiligtum der Steinzeitjäger. Munich: C. H. Beck Verlag 2006, ISBN 3-406-53500-3.
  9. K. Schmidt : Göbekli Tepe and the rock art of the Near East, TÜBA-AR 3 (2000) 1-14.
  10. Klaus Schmidt : Sie bauten die ersten Tempel. Das rätselhafte Heiligtum der Steinzeitjäger. München 2006, ISBN 3-406-53500-3.
  11. Klaus-Dieter LinsmeierKlaus Schmidt : Ein anatolisches Stonehenge. In: Spektrum der Wissenschaft – Spezial. Spektrum-Verl., Heidelberg 2003,2, S. 10–15, ISBN 3-936278-35-0, ISSN 0943-7996.
  12. Klaus Schmidt: Göbekli Tepe, Southeastern Turkey. A preliminary Report on the 1995–1999 Excavations. In: Palèorient CNRS Ed., Paris 26.2001,1, 45–54, ISSN 0513-9345.
  13. Klaus Schmidt: Frühneolithische Tempel. Ein Forschungsbericht zum präkeramischen Neolithikum Obermesopotamiens. in: Mitteilungen der deutschen Orient-Gesellschaft. Berlin 130, 1998, 17–49, ISSN 0342-118X.
  14. K. Pustovoytov: Weathering rinds at exposed surfaces of limestone at Göbekli Tepe. In: Neo-lithics. Ex Oriente, Berlin 2000, 24–26 (14C-Dates).
  15. Klaus-Dieter Linsmeier: Eine Revolution im großen Stil. Interview mit Klaus Schmidt. In: Abenteuer Archäologie. Kulturen, Menschen, Monumente. Spektrum der Wissenschaft Verl.-Ges., Heidelberg 2006,2, ISSN 1612-9954.
  16. J. E. Walkowitz: Quantensprünge der Archäologie. In: Varia neolithica IV, 2006, ISBN 3-937517-43-X.
  17. Klaus Schmidt: Costruirono i primi templi (traduzione di Umberto Tecchiati) Oltre edizioni, 2011
  18. Andrea De Pascale: Anatolia. Le origini, Oltre Edizioni, 2012, ISBN 978-88-97264-09-5
  19. Jacques CauvinNascita delle divinità e nascita dell’agricoltura Jaca Book, 2010
  20. Felice Cesarino: “A Gobekli Tepe la più antica forma di scrittura della storia dell’umanità?”.In:Archeomisteri, 2013,3,15-21
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