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Agricoltura: quando e dove è nata?

Sappiamo che nel Paleolitico gli uomini si nutrivano con le risorse alimentari che la terra offriva loro spontaneamente e cacciando gli animali. L’agricoltura sappiamo che fiorì verso il 10.000 a.C., alla fine dell’ultima glaciazione, qualche gruppo umano incomincia ad organizzarsi per produrre il cibo che prima della glaciazione trovava o cacciava in abbondanza.

Uno studio però suggerisce che l’agricoltura primitiva nasce contemporaneamente in molti luoghi del mondo addirittura circa ventimila anni fa. L’agricoltura è fiorita 20-22.000 anni fa in modo indipendente in almeno una dozzina di luoghi del pianeta: dagli altopiani della Nuova Guinea, all’America centrale e al Medio Oriente.

Uno studio condotto da ricercatori della Colorado State University e della Washington University di St. Louis – e pubblicato anche su Nature – rivela che in tutte le aree dove sono stati messi in atto i primi esperimenti di coltivazione c’erano buone condizioni di vita e, di conseguenza, una relativa crescita demografica.

agricoltura
20-22.000 anni fa, in diverse zone del mondo e in modo indipendente, l’uomo sperimentava primitive tecniche di agricoltura e allevamento. |

Lo studio è in evidente contrapposizione con precedenti ipotesi, due in particolare: la prima è quella secondo cui l’agricoltura sarebbe nata in risposta a condizioni ambientali molto difficili e al generale calo della popolazione. La seconda afferma invece che non esisterebbe un modello unico che spiega la sua origine, legata piuttosto a condizioni sociali e ambientali specifiche.

Difficile dire adesso quale ipotesi prevarrà, anche perché, per tutte le teorie, i dati a disposizione non sono conclusivi. Gli scienziati, per queste indagini, si basano su evidenze archeologiche su aree relativamente piccole: avere il quadro generale di un fenomeno così sfuggente e accaduto migliaia di anni fa è al momento un traguardo fuori portata.

Nel caso dell’ultimo studio, per formulare la loro ipotesi i ricercatori si sono serviti di un modello. Hanno preso come riferimento alcune tribù contemporanee che non praticano l’agricoltura e l’allevamento e si procurano il cibo con la caccia e la pesca, e sono raccoglitori per ciò che offre la natura.

Partendo da questi stili di vita hanno identificato i fattori che incidono sulla crescita della popolazione – come la stabilità ambientale, la vicinanza alla costa o la produttività o “generosità” del territorio – e hanno formulato una previsione della densità demografica che si è rivelata corretta.

Il modello è stato poi applicato a comunità del passato. Sono state così elaborate mappe che stimano la densità di popolazione di circa 21.000 anni fa nelle regioni in cui sono state trovate tracce di attività agricole strutturate.

I risultati delle proiezioni suggeriscono che per le 12 zone considerate si possono ipotizzare condizioni di vita favorevoli e un trend demografico positivo: condizioni che i ricercatori giudicano indispensabili alla circolazione di idee e ai primi esperimenti umani di coltivazione di risorse da vedere crescere, consumare e conservare.

Trovata una nuova “culla” dell’agricoltura

Nell’Amazzonia boliviana trovate le prove di un’agricoltura praticata dall’uomo 10mila anni fa: manioca, zucca e altri prodotti commestibili erano coltivati in orti.

Un gruppo internazionale di ricercatori ha scoperto una nuova area del Pianeta dove l’uomo riuscì ad “addomesticare la vegetazione” o, in altre parole, avviò un tipo di agricoltura. Si tratta di una zona dell’Amazzonia sudoccidentale dove (secondo lo studio) 10mila anni fa manioca, zucca e altri prodotti commestibili sono diventate piante coltivate in orti.

È il quinto “tipo di agricoltura” a noi nota. Si aggiunge a quella che, partita dal Medio Oriente, è stata poi trasmessa in Europa e in Italia, e alle altre tre sorgenti di agricoltura che nacquero più o meno nello stesso periodo, ossia circa 10.000 anni fa: le colture del riso in Cina, quella del mais in Mesopotamia e quelle delle patate e della quinoa sulle Ande.

Llanos de Moxos
Llanos de Moxos (questo il nome dell’area in cui è avvenuta la scoperta)
I risultati della ricerca – pubblicata su Nature – dimostrano come Llanos de Moxos (questo il nome dell’area in cui è avvenuta la scoperta) sia un luogo dove le coltivazioni praticate da gruppi di persone, giunte fin lì durante l’Olocene, abbiano causato una profonda alterazione dei paesaggi amazzonici.
Parliamo di una savana di circa 125.000 chilometri quadrati, situata nel Dipartimento di Beni in Bolivia, il cui paesaggio è caratterizzato da sterri (ossia di scavi del suolo), campi rialzati, tumuli, canali e aree forestali. Proprio all’interno di queste ultime Josè Capriles, antropologo della Penn State è andato alla ricerca di segni di giardinaggio precoce.

«Abbiamo mappato le aree utilizzando il telerilevamento (ossia studiando l’area dall’alto utilizzando foto satellitari ad alta risoluzione)», spiega l’antropologo, «partendo dall’idea che le isole forestali di forma regolare avessero origine antropica». In quell’immensa area infatti, vi sono più di 4.700 isole forestali artificiali: 30 sono state studiate dai ricercatori, che hanno individuato aree di residenza umana.

«Purtroppo vi sono pochissime prove dell’addomesticamento delle piante da parte dell’uomo, perché il clima è tale da distruggere ogni tipo di materiale organico e perché, trattandosi di un’area alluvionale, risulta difficile anche trovare le prove dei primi cacciatori-raccoglitori», ha spiegato Capriles.

Come hanno fatto allora a determinare la presenza di un’agricoltura “creata” dall’uomo? «Abbiamo studiato e analizzato le “fitoliti”, ossia minuscole particelle di minerali che si formano all’interno delle piante che sono state trovate nei pochissimi reperti archeologici a disposizione», spiega Heinz Vei dell’Università di Berna.

Poiché le fitoliti prendono una forma particolare, diversa a seconda delle piante in cui si formano, è stato possibile risalire alle prove che, nelle isole forestali, vi erano già circa 10.350 anni fa piantagioni di manioca, yuca; da 10.250 anni si trovano piantagioni di zucca, mentre il mais compare solo 6.850 anni fa.

Dunque si può dedurre che manioca, zucca, mais e altri alimenti ricchi di carboidrati, come le patate dolci e le arachidi, probabilmente costituivano la maggior parte della dieta di coloro che abitavano a Llanos de Moxos: una dieta che veniva integrata da pesci e grandi erbivori.

È possibile inoltre che i gruppi che diedero vita a questa agricoltura siano giunti qui avendo già le conoscenze di base necessaria a condurre una vita a base di agricoltura e di caccia. Nel passato molti archeologi e biologi avevano ipotizzato che l’Amazzonia sudoccidentale potesse essere un centro di propagazione di varie piante come manioca, zucca e arachidi, oltre che di alcune varietà di peperoncini e di fagioli, ma fino ad oggi non c’erano prove della loro possibile provenienza.

Le prime società agricole, costruite sulle braccia delle donne

Le lavoratrici preistoriche avevano ossa superiori più forti di quelle delle moderne campionesse di canottaggio: erano loro ad essere specializzate nei lavori manuali di fatica.

bracciaforti
Fatiche millenarie

Forti le donne lo sono da sempre. Anche nelle ossa e nei… bicipiti, una caratteristica quest’ultima che in parte si è persa nel corso della Storia. Le analisi dei resti di contadine preistoriche, appartenute alle prime società agricole, rivelano che gli arti superiori di queste lavoratrici erano più forti e abituati alla fatica di quelli delle atlete moderne, campionesse di canottaggio incluse.

Gli studi sulla transizione tra popolazioni di cacciatori raccoglitori e comunità agricole si concentrano di rado sull’elemento femminile. Si sa per esempio che le ossa maschili, quando le corse per la caccia diminuirono, si fecero meno arcuate e più flessibili. Quelle femminili non cambiarono granché: un dato che portava alcuni a credere che a sopportare la fatica fossero più che altro gli uomini.

Si guardava alle ossa sbagliate: gli antropologi dell’Università di Cambridge (Inghilterra) hanno esaminato con sistemi di scansione laser 3D 89 tibie e 78 ossa degli avambracci di donne del Neolitico (5300-4600 a.C.), dell’Età del Bronzo (3200-1450 a.C.), dell’Età del Ferro (850 a.C. – 100 d.C.), e del Medioevo (800-850 d.C.) in Europa centrale.

Le hanno confrontate con le ossa di gambe e braccia di studentesse campionesse di atletica, calcio e canottaggio, e si sono accorti che, se le ossa delle gambe non si erano modificate di molto, le ossa delle braccia delle donne preistoriche erano il 5-10% più forti di quelle delle atlete moderne.

Questo suggerisce una specializzazione nel lavoro manuale differenziato (trasporto di pesi, lavorazione della terra, macinazione dei cereali) rispetto agli uomini, che alternavano vita nei campi e caccia (o altre attività in cui contavano di più le gambe).

La scoperta potrebbe spiegare anche l’origine della moderna osteoporosi: su creature evolutivamente pronte a sostenere lavori fisici importanti, la sedentarietà ha avuto effetti dannosi.

Da quando l’uomo alleva il pesce?

La risposta non è univoca: da 5.500 anni (i cinesi) oppure da più di 8.000 (gli aborigeni australiani). Ecco gli indizi che rendono difficile la datazione dell’acquacoltura.

Australia, scene di pesca
Australia, scene di pesca (1880). | COLL. S. KAKOU / ADOC-PHOTOS

L’archeologa Heather Builth sostiene che sono arrivati prima gli australiani. Nel 2003 ha scoperto in Australia sudorientale un vasto sistema di stagni artificiali, canali e dighe in cui i gunditjmara, 8.000 anni fa, allevavano e commerciavano anguille.

I cinesi perderebbero così il primato di più antichi acquacoltori: per loro si parla del 3500 a.C., anche se i primi scritti che attestano queste attività sono del 1400 a.C. Questa parte di storia racconta che le carpe nuotavano negli stagni vicino agli allevamenti di bachi da seta e mangiavano le loro feci.

Aborigeni australiani e cinesi sono comunque in buona compagnia: per gli archeologi, si dedicarono all’acquacoltura molti popoli lontani fra loro, come hawaiani, maya ed egizi.

IN ITALIA. Attorno al I secolo i ricchi romani allevavano orate, murene e ostriche. Inizialmente in vasche artificiali, poi nei vivari, ossia bacini litoranei molto simili all’ambiente naturale dei pesci e che diventarono poi modelli per l’acquacoltura europea dei conventi cristiani nel Medioevo.

Siamo apicoltori da 9 mila anni

Tracce di cera d’api rinvenute su cocci di argilla provano che la raccolta del miele ha radici antiche quanto quelle dell’agricoltura: risale al Neolitico, ed è nata in Turchia.

Un'attività antica quanto l'agricoltura.
Un’attività antica quanto l’agricoltura. | XINHUA /EYEVINE

La relazione tra uomo e api è antica quanto l’agricoltura: tracce di cera d’api di 9 mila anni fa sono state trovate su vasellame neolitico rinvenuto in Europa, Africa e Medio Oriente. Lo rivela un’analisi di migliaia di frammenti di utensili preistorici pubblicata su Nature.

I nostri antenati utilizzavano il miele per addolcire le pietanze, come sostanza medicinale o nelle cerimonie religiose. Mentre la cera d’api poteva servire a tenere unite parti di armi o per rendere impermeabile l’interno delle stoviglie.

La relazione tra uomo e api risale a decine di migliaia di anni fa. Disegni di api e alveari sono piuttosto comuni nei dipinti rupestri dell’Africa subsahariana e tracce di cera vergine di 40 mila anni erano già state rinvenute su punte di pietra in una grotta del Sudafrica. Ma le origini della domesticazione delle’Apis mellifera e dello sfruttamento sistematico dei suoi prodotti non era ancora chiara.

Per capire se l’apicoltura si sia diffusa attraverso le ondate migratorie e insieme all’agricoltura, un team guidato da Mélanie Roffet-Salque e Richard Evershed, chimici dell’Università di Bristol (Inghilterra) ha esaminato i residui chimici su 6400 frammenti di cocci in argilla di provenienza eurasiatica, di età compresa tra i 9 mila e i 4 mila anni. Lo stesso gruppo aveva precedentemente rintracciato su ciotole e vasellame neolitici i segni del consumo di carne, latte e formaggio.

Le tracce di cera d’api sono apparse contenute, ma ben distribuite geograficamente. Le più antiche sono state trovate su un frammento del sito di Çatalhöyük, in Turchia, sulle cui pareti erano già state trovate raffigurazioni di alveari. Residui di cera di 7 mila anni fa sono emersi anche su cocci di provenienza algerina e su frammenti raccolti in Grecia, Romania, Serbia, Danimarca e Inghilterra meridionale.

Non più a nord, però. Il clima rigido ha probabilmente ostacolato la diffusione dell’apicoltura nella parte settentrionale della Scandinavia, in Irlanda e in Scozia: sugli utensili di queste aree non sono infatti state trovate tracce di cera. La prova che forse, esisteva un limite settentrionale oltre il quale le api non riuscivano a sopravvivere.

La raccolta del miele doveva fornire ai primi apicoltori l’ingrediente zuccherino che mancava nelle diete (la diffusione di prodotti dolci è infatti tipica della nostra epoca). Con la nascita dell’agricoltura, 10 mila anni fa, si iniziarono ad addomesticare e sfruttare ad uso alimentare vari animali da pascolo e “da cortile”. La diffusione dell’apicoltura rientrò probabilmente nella stessa logica.

 

Riferimenti e approfondimenti

  1. Bill BrysonBreve storia della vita privata, Guanda, 2011, pp. 38-44, ISBN 978-88-6088-415-2.
  2. David B. Grigg, Rivoluzioni agricoleEnciclopedia delle scienze sociali (1997)
  3. Mario LiveraniAgricoltura e irrigazione nel Vicino Oriente anticoStoria della Scienza (2001)
  4. Bloch Marc, Les caractères originaux de l’histoire rurale française, A. Colin, Paris, 1952
  5. Slicher van Bath Bernard H., Storia agraria dell’Europa occidentale (500-1850), Einaudi, Torino, 1972 (traduzione italiana dall’edizione inglese The Agrarian History of Western Europe, A. D. 500 – 1850, E. Arnold, London, 1963, curata dallo stesso autore; edizione originale: De agrarische geschiedenis van West-Europa (500-1850), Het Spectrum, Utrecht-Antwerpen, 1962)
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